Gli abiti di H&M? Li fanno i carcerati cinesi

| È quanto ha rivelato al “Financial Times” un ex investigatore privato inglese, detenuto per quasi due anni in Cina

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Peter Humphrey è un ex reporter dell’agenzia “Reuters” ed ex investigatore privato che ad un certo punto della sua vita si è perso un po’. Titolare dell’agenzia “ChinaWhys”, con il colosso farmaceutico britannico “GlaxoSmithKline” fra i clienti, finì per essere arrestato nel 2013 con l’accusa di aver pagato tangenti a cliniche cinesi. Pochi giorni dopo, finì per confessare anche di aver “sottratto dati personali illegalmente”. Insomma, il suo perdersi l’ha scontato passando 23 mesi nelle prigioni di Qingpu, a Shanghai, in Cina. Quasi due anni di galera in cui ha guardato e annotato con cura tutto quello che gli passava sotto gli occhi, per poi tornare a casa e svelare ogni cosa ad un giornalista del “Financial Times”.

È il “plot”, come si usa dire nel mondo del cinema, di una storia che sta diventando un caso internazionale, gettando nell’imbarazzo colossi dell’abbigliamento come “H&M” e “C&A”, ma anche la multinazionale tecnologica statunitense “3M”, un gigante con 65 consociate, 80mila dipendenti e 75mila prodotti diffusi in 196 paesi diversi.

Secondo Humphrey, il carcere di Qingpu è in realtà il meccanismo sommerso di un business enorme, al servizio dei grandi gruppi citati qualche riga fa. Colossi, si affretta a specificare l’ex investigatore, che “potrebbero anche non essere al corrente che nelle carceri cinesi nascano buona parte dei loro prodotti”. In effetti, i vertici dei grandi nomi coinvolti hanno, almeno ufficialmente, strabuzzato gli occhi, facendo partire delle indagini interne alla ricerca della verità, ma prendendo anche le distanze dalla pratica di sfruttare il lavoro dei carcerati per le proprie produzioni. “H&M” ricorda che nel proprio protocollo non ammette il lavoro carcerario, seguita da “C&A”, che qualche caso sospetto era emerso, nel corso della revisione annuale delle 273 aziende a cui affidano lavoro.

Verifiche e controlli che si annunciano tutt’altro che semplici, visto che venire a capo di tutti i subappalti potrebbe richiedere anni di indagini da parte dei gruppi chiamati in causa.

Va anche detto, per completare il quadro, che l’occupazione dei carcerati non viola le regole dell’International Labour Organization, organizzazione delle Nazioni Unite specializzata nel verificare gli standard del lavoro, a patto però che la pratica non si trasformi in una redditizia forma di lavori forzati. A smentire almeno in parte questo ci sono le parole di Humphrey, che parla comunque di un pagamento mensile, per quanto irrisorio, pari 120 yuan (poco più di 15 euro) per il lavoro, con in più la possibilità di accedere anche ad uno sconto della pena.

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