Gli scavi archeologici di Woodstock

| Si cercano reperti, ma soprattutto il modo di stilare una mappa precisa che indichi dove si sono esibiti gli artisti del celebre festival musicale. Tutto per essere pronti alle celebrazioni per il sessantennale

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Di Germano Longo
Due sono le cose: o è una protesta degli archeologi, stanchi di cercare fossili, templi, città sepolte e ossa di dinosauro, oppure il festival di Woodstock del 1969, è passato nella categoria degli eventi di portata storica.

Non si spiega altrimenti, la presenza di un gruppo di archeologi della “Binghamton University”, ateneo nella contea di Broome, stato di New York, nell’area di Bethel, esattamente quella che nel 1969 ospitò i “3 Days of Peace & Rock Music” più celebri della storia. La storia dell’iconico festival è ben nota: doveva essere una manifestazione di provincia, ma senza che nessuno se l’aspettasse riuscì a richiamare 400mila persone che per tre giorni, dal 15 al 18 agosto 1969, nel pieno della cultura hippy, sui prati di Bethel divisero la musica di 32 fra gruppi e musicisti, oltre a dosi massicce di sesso, cannabis ed LSD. Un’invasione che finì per far saltare l’organizzazione, incapace di fronteggiare l’enorme massa di gente, bisognosa di cibo, igiene e, a volte, di cure sanitarie. Cose che mancarono, in modo evidente.

Da allora, il prato di Woodstock è qualcosa di sacro, un’icona pagana e molto pop meta di pellegrinaggi e visite continue, ma più che altro di appassionati del rock e dell’epoca del “flower power”. Di archeologi, da quelle parti non se n’erano mai visti, almeno fino all’arrivo della squadra della Binghamton University, a cui è stato affidato un compito curioso: scavare per tentare di capire cosa successe realmente su quei prati nella leggendaria estate del 1969. In pratica, cosa hanno mangiato, buttato e consumato i 400mila di Woodstock.

Il risultato, al momento, pare sconfortante: a parte qualche migliaio di tappi di bottiglia arrugginiti, la terra di Bethel non ha restituito nulla. Un po’ c’era da aspettarselo, da allora sono passati 60 anni, un tempo non così lungo per trovare reperti da considerare realmente storici. Gli archeologici si difendono: del festival di Woodstock - malgrado l’area sia ormai inserita nel registro nazionale dei siti storici - non esiste una mappa ufficiale, non è possibile capire dove esattamente si esibirono Jimi Hendrix, Crosby, Still e Nash, Richie Havens, Joan Baez, gli Who, Joe Cocker, Arlo Guthire, Santana e Janis Joplin, per citare qualcuno dei grandi nomi che hanno trasferito Woodstock direttamente nella leggenda.

Il vero obiettivo della ricerca è un altro: arrivare pronti al sessantennale, previsto nelle stesse date del prossimo agosto, con tour organizzati che siano in grado di offrire qualcosa, oltre alla vista di un semplice prato bello, ma vuoto.

L’area del festival era di proprietà del contadino Max Yasgur, l’unico a dire sì agli organizzatori, quasi alla disperazione dopo aver ricevuto raffiche di inviti ad allontanarsi in fretta, prima di beccarsi nelle natiche la scarica a sale di una doppietta. I 10mila dollari ricevuti per l’affitto costarono cari a Yasgur, che dopo aver firmato il contratto iniziò a ricevere telefonate minatorie e minacce di morte.

Il contadino, al contrario, stabilì rapporti amichevoli con gli occupanti del suo prato, fornendo anche cibo, supporto e acqua. Lui stesso, il terzo giorno, dopo l’esibizione di Joe Cocker, salì sul palco per un saluto al popolo di Woodstock. In qualche modo gli avevano salvato la stagione: dopo una primavera particolarmente piovosa, non era riuscito a coltivare il suo fieno.

Il 7 gennaio del 1970, Max Yasgur finisce addirittura in tribunale, citato da alcuni suoi vicini per danni alle altre proprietà: nulla in confronto a quelli subito da casa sua, indennizzati con 50mila e il rifiuto all’offerta di ospitare la seconda edizione del festival. Nel 1971, due anni prima di morire, Yasgur vende la fattoria a Alan Gerry, imprenditore che nutre l’idea di creare il “Bethel Woods Center for the Arts”, di cui non se ne farà mai nulla. Nell’agosto del 2007 Roy Howard, il nuovo proprietario, ha messo in vendita il lotto di 103 acri (0,42 km quadrati), finito sul mercato per 8 milioni di dollari. Sam, il figlio di Max Yasgur, nel 2009 ha scritto un libro dedicato alla figura del padre, il contadino che creò la leggenda di Woodstock.

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