Hong Kong: il prezzo delle proteste

| Dopo cinque mesi di scontri, la città è in recessione tecnica e l’economia inizia a pagare anche la guerra dei dazi con l’America

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Hong Kong inizia a pagare il peso di una tempesta perfetta: da una parte la guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti, dall’altra cinque mesi ininterrotti di proteste: i numeri del turismo e del commercio al dettaglio sono in caduta libera e la città si avvia verso la recessione tecnica. Le esportazioni sono crollate di oltre il 7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: è il calo trimestrale più pesante dell’ultimo decennio.

I violenti scontri tra polizia e manifestanti antigovernativi, che spesso hanno come scenario zone commerciali e turistiche di Hong Kong, hanno allontanato i visitatori: rispetto allo scorso anno sono scesi del 37%, e la tendenza fino a dicembre non sembra destinata a migliore. Gli hotel difficilmente fanno segnare il tutto esaurito, e anche le cifre del commercio al dettaglio fanno registrare una battuta d’arresto: diversi negozi e ristoranti, presi di mira dai manifestanti, sono stati costretti a chiudere.

La settimana scorsa, Paul Chan, financial secretary di Hong Kong, ha annunciato una nuova serie di misure economiche a sostegno delle imprese colpite dai disordini, compresa  la riduzione degli affitti delle proprietà governative e la concessione di sussidi per il carburante ai tassisti. Un piano d’azione che fa seguito a iniziative come lo stanziamento di 255 miliardi di dollari per sostenere le piccole imprese e un pacchetto di stimolo di 2,4 miliardi per salvaguardare i posti di lavoro e alleviare “l’onere finanziario della gente”.

L’uomo più ricco di Hong Kong, Li Ka-shing, all'inizio di questo mese si è impegnato a devolvere 128 milioni di dollari alle imprese danneggiate dalle proteste, convinto che l’economia della città “sta affrontando sfide senza precedenti”.

Nonostante la difficile situazione economica, i mercati finanziari della città sembrano in gran parte resistere: l’indice Hang Seng è in crescita del 4% e la crisi politica non è ancora un problema per gli investitori, molti dei quali vedono ancora la città come un’importante porta di accesso all’Asia.

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