Hong Kong, la libertà perduta

| Varata a tarda sera la legge sulla sicurezza nazionale: le proteste saranno considerate sovversione e terrorismo interno punibile con l’ergastolo. Immediate le reazioni da tutto il mondo: “È la fine della metropoli che il mondo conosceva”

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Alle 23:00 ore locali (le 17 in Italia), Hong Kong è andata a dormire diversa, più cupa, preoccupata, ansiosa: il presidente Xi Jinping aveva appena messo la sua firma sulla legge per la sicurezza nazionale che di fatto cambia la storia della metropoli che aveva sognato di poter essere diversa dal resto della Cina. Secondo il canale Cable TV, il voto all’interno del Congresso Nazionale del Popolo è stato unanime, privando la città della sua autonomia e delle preziose libertà civili e sociali.

La legge è entrata in vigore esattamente il 1° luglio, 23esimo anniversario del passaggio di Hong Kong dal governo britannico alla Cina, e amplia in modo netto i poteri delle autorità locali e continentali in materia di indagine, persecuzione e punizione verso i dissidenti.

In un linguaggio assai vago, viene criminalizzata la secessione, la sovversione, il terrorismo e la collusione con le potenze straniere, con pene che possono arrivare fino all’ergastolo.

Nonostante la pesante presenza della polizia e la minaccia di pene più severe, centinaia di persone si sono presentate nel trafficato quartiere commerciale di Causeway Bay, distribuendo volantini e sventolando manifesti. La polizia ha sparato sulla folla spray al peperoncino e ha più volte avvisato i manifestanti di aver violato la nuova legge. Il 1° luglio è tradizionalmente un giorno di proteste in città, ma per la prima volta le autorità non concesso alcun permesso per manifestazioni.

Secondo il capo dell’esecutivo Carrie Lam, la legge è un “passo cruciale per porre fine al caos e alla violenza degli ultimi mesi, ed è fondamentale per rafforzare i legami tra la Cina continentale e Hong Kong”.

I 66 articoli della legge sono stati tenuti segreti fino all’entrata in vigore e sembrano offrire al governo, ai tribunali, alla polizia e alle autorità una tabella di marcia per reprimere ogni minimo accenno di proteste anti-governative. Il governo centrale cinese imporrà la propria presenza attraverso forze dell’ordine di stanza a Hong Kong, sarà inoltre istituito un comitato segreto per la sicurezza composto da funzionari del governo di Hong Kong e da un consulente nominato dal governo centrale cinese. Secondo una sintesi resa nota, il lavoro del comitato “non sarà divulgato al pubblico e le decisioni non potranno essere soggette a controllo giurisdizionale”. Attività come il danneggiamento dei mezzi e servizi pubblici saranno considerati atti di terrorismo, così come “altre attività che mettano a rischio la salute e la sicurezza della popolazione”.

Ma la legge prende di mira soprattutto le interferenze straniere, più volte accusate da Pechino di interferire negli affari della città: chiunque sia sorpreso a “rubare, spiare o fornire illegalmente segreti di stato o informazioni a un paese, un’istituzione, un’organizzazione o un individuo straniero, sarà ritenuto colpevole di alto tradimento”.

La legge può essere applicata anche ai residenti non permanenti a Hong Kong e coloro che la violano saranno espulsi, indipendentemente dalla condanna, sollevando il dubbio che i cittadini stranieri possano essere sospettati di crimini commessi all’estero. La legge impone inoltre al governo di Hong Kong, insieme alla nuova commissione, di rafforzare la gestione sulle agenzie di stampa straniere e sulle organizzazioni non governative.

La netta sensazione è che si tratti di una mannaia creata ad arte per colpire dissidenti politici, attivisti, avvocati per i diritti umani e giornalisti, nella continua campagna di repressione applicata dal governo centrale.

Joshua Wong, attivista pro-democrazia, ha rassegnato le dimissioni dal comitato che presiedeva, commentando in modo amaro su Twitter: “Segna la fine della Hong Kong che il mondo conosceva: la città diventerà uno stato di polizia segreta”.

Per Jimmy Lai, un magnate dei media di Hong Kong noto per il suo sostegno al movimento filodemocratico, la legge “è un campanello d’allarme perché sostituisce il nostro stato di diritto”, mentre “Amnesty International” ha definito la legge “la più grande minaccia ai diritti umani nella storia della città”. Reazioni sdegnate anche dagli Stati Uniti, dove Mike Pompeo l’ha definito “un triste giorno per Hong Kong”, dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.

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