Hong Kong, teorie e poche verità sulla morte di un’adolescente

| La tragica fine di Chan Yin-lam è diventata una calamita per le cospirazioni, ma ha messo a nudo i profondi problemi del funzionamento della metropoli cinese teatro di scontri violenti, in cui i giovani pagano il prezzo più alto

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Hong Kong, 10 agosto 2020: i manifestanti si radunano all’esterno di una stazione di polizia in Nathan Road, affollata via dello shopping diventata il campo di battaglia delle proteste antigovernative.

Il fumo dei lacrimogeni arriva all’improvviso: i manifestanti più esperti fanno in tempo ad abbassare le maschere sul viso, ma molti passanti non possono fare altro che riempiersi i polmoni di gas urticante.

Chan Yin-lam è stata una dei tanti sfortunati di quel giorno. In un video che la quindicenne ha postato sui social, raccontava di essere uscita di casa per fare shopping ritrovandosi suo malgrado al centro della protesta. Come molti giovani di Hong Kong, anche lei era a favore del movimento di protesta e aveva anche partecipato a molte delle grandi marce, ma mai in prima linea.

Sei settimane dopo, la mattina del 22 settembre, il corpo di Chan viene stato trovato in mare. Era completamente nuda, morta da più di 48 ore, accerterà l’autopsia.

Il caso ha scatenato un vortice di copertura mediatica e teorie cospirative, mentre la polizia lo archiviava suicidio e alcune voci del movimento di protesta sostenevano invece che qualcosa in quella vicenda non tornava.

Nei quasi 12 mesi successivi alla morte di Chan, la polemica non si è affatto spenta, alimentata da alcuni video delle telecamere di sorveglianza che mostrano gli ultimi movimenti di Chan, ma con lacune sufficienti per alimentare speculazioni e congetture.

L’11 agosto scorso, dopo quasi due settimane di udienze, una giuria di un tribunale di Hong Kong ha stabilito che la causa della morte di Chan non poteva essere accertata. E quella che avrebbe dovuto essere una tragedia privata della famiglia è diventata una questione pubblica su chi racconta la verità: la polizia o i manifestanti.

In una città nettamente divisa, è improbabile che il caso di Chan possa essere l’ultimo: molte notizie, in particolare quelle che riguardano morti inspiegabili o confuse, attirano le teorie cospirazioniste. E ciò che ha reso Hong Kong particolarmente vulnerabile è il modo in cui la fiducia nelle autorità è crollata. “Il governo e la polizia hanno creato un habitat adatto per far fiorire le teorie cospirative - ha commentato Antony Dapiran, avvocato di Hong Kong - forniscono spesso resoconti nettamente in contrasto con i racconti di chi è stato testimone. I disordini di Hong Kong sono stati visti in tutto il mondo, ma non tutto è stato ripreso dalle telecamere, lasciando dei vuoti in cui le teorie cospirative sguazzano”.

Prima della morte di Chan, circolavano diverse voci secondo cui diverse persone erano misteriosamente morte durante gli scontri, ma non esistevano prove a sostegno di simili affermazioni. Ad alimentarle anche la madre della giovane, che continuava a ripetere di non credere al suicidio, quanto piuttosto che sua figlia fosse stata fermata, violentata e uccisa. E il caso continuava a montare, aggiungendo ai sospetti l’Hong Kong Design Institute dove Chan studiava, che si è inizialmente rifiutato di rilasciare tutti i filmati di sorveglianza della notte della sua morte scatenando la reazione degli studenti, che hanno vandalizzato la scuola. E anche se alla fine la HKDI ha reso noti tutti i video che mostrano i movimenti di Chan, compreso il momento in cui sembra che lei lasci il campus, alcuni hanno sostenuto che la scuola era attivamente coinvolta in un caso di insabbiamento. Il filmato di sorveglianza di HKDI, forse più di ogni altra cosa, è ciò che ha focalizzato l'attenzione dei media e del pubblico sul caso di Chan Yin-lam. La ragazza sembra camminare senza meta intorno al campus, e la consapevolezza che sono le ultime immagini da viva, rende le immagini inquietante. In 16 video, girati per quasi 90 minuti la sera del 19 settembre, Chan - con indosso una canottiera nera e pantaloni larghi a righe bianche e nere - sembra confusa o smarrita, ma non particolarmente angosciata. I capelli corti castani sono tirati all’indietro e mentre cammina stringe le mani davanti a sé: non guarda mai il suo telefono e non parla con nessuno.

Per più di un'ora la si può vedere camminare su e giù per il campus, aspettare gli ascensori, passeggiare in un’area all’aperto e attraversare la mensa dove si intravedono altri studenti con gli occhi sui loro computer portatili. A un certo punto abbandona la borsa e poi le scarpe, continuando a camminare scalza.

Verso le 19, Chan sembra uscire dal campus. Un testimone ha raccontato di averla vista entrare in una vicina stazione della metropolitana, ma senza che attraversasse il cancello della biglietteria. Ciò che è accaduto tra quel momento e quando il suo corpo è stato scoperto tre giorni dopo resta un mistero.

Ma la storia completa della morte di Chan inizia molto prima. Le prove presentate durante l’inchiesta hanno dipinto il ritratto di una giovane donna in preda a disturbi che sembra sfuggire ad ogni controllo. Prima della sua morte Chan viveva con il nonno ed era in stretto contatto con la madre ma non con il padre, un tossicodipendente facile alla violenza.

Un tempo studentessa modello, dall’inizio del 2019 Chan ha avuto qualche problema che l’ha costretta a cambiare più scuole, con la conseguenza di un drastico crollo nel rendimento scolastico accentuato da diverbi e litigi con i compagni di classe. Ha cominciato a sparire per lunghi periodi di tempo, e nel marzo 2019 ha avuto un alterco con degli agenti di polizia che si sono tradotti nel ricovero forzato in una clinica per minorenni gestita dal governo. Lì, ha tentato di uccidersi con un sacchetto di plastica, finendo in ospedale.

Lo scorso maggio, Chan sembrava stare meglio: ad amici e parenti racconta il desiderio di dare una svolta alla sua vita. Vuole iscriversi a un corso di design e ha inizia a cercare un lavoro part-time. Più o meno in quel periodo, secondo la ricostruzione del tribunale, inizia un’amicizia con un ragazzo di nome Wu rinchiuso, nell’istituto correzionale di Tong Fuk, sull’isola di Lantau, nella parte occidentale di Hong Kong. Ma il 12 agosto, la polizia è intervenuta nella stazione della metropolitana di Lantau, dove ha trovato Chan in preda ad una crisi di nervi perché aveva smarrito il telefono.

Durante un successivo esame medico, Chan racconta di sentire delle voci che la agitano: è stata rispedita per un altro periodo all’istituto, dove ha ricominciato a infliggersi ferite. Trasferita al “Castle Peak Hospital”, una struttura di salute mentale, il personale ha detto di aver avuto seri problemi nel tentativo di controllarla.

Verso la fine di agosto, e almeno fino agli inizi di settembre, il comportamento di Chan è stato per lo più normale: torna a casa e si iscrive alla HKDI, dove fa nuove amicizie.

Ma il 19 settembre, la situazione prende di nuovo una brutta piega: alle 3 del mattino il nonno viene svegliato dal rumore proveniente dalla stanza di Chan, che dice di sentire delle voci e non riuscire a dormire.

Il giorno della scomparsa tutto sembra di nuovo normale. Dopo le lezioni, Chan racconta agli amici di voler riordinare il suo armadietto, poi salgono tutti insieme sul treno alla stazione di Tiu Keng Leng: la giovane scende poco dopo, dicendo che sarebbe andata a casa. Torna invece alla HKDI, dove passa le ultime ore della sua vita prima di dirigersi verso un vicino parco sul lungomare, come dimostrano le immagini delle videocamere.

Quello che è successo dopo non è chiaro, il vuoto di immagini e testimonianze lascia la giuria nell’impossibilità di raggiungere un verdetto. Lo stato di decomposizione del corpo ha reso impossibile accertare la causa della morte, ma neanche di violenza: non mostrava segni di contusioni o ferite, e nessuno di un possibile stupro, anche se i patologi hanno ammesso che certe prove potrebbero essere scomparse durante la permanenza in acqua. Chan si è immersa completamente nuda, ma era un’abile nuotatrice e appare improbabile che abbia scelto questo metodo per uccidersi, anche se nel mezzo di un episodio psicotico, non è da escludere che abbia deciso di fare una nuotata, con conseguenze fatali.

La morte di Chan è la tragedia di una giovane che mostrava segni di disturbi mentali e avrebbe potuto essere salvata, se avesse ricevuto aiuto nel momento giusto. Fino ad oggi, le teorie che circondano la sua morte hanno in gran parte oscurato i dubbi sull’efficacia delle istituzioni con cui ha interagito, dai medici agli assistenti sociali. Forse gli unici veri colpevoli.

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