Hong Kong torna in piazza

| La città di nuovo invasa dalle proteste, ma ad attendere i manifestanti massicci spiegamenti di polizia ed esercito: segno che Pechino non ha intenzione di tollerare ancora per molto

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Giusto due mesi di pausa, quelli del lockdown, e l’aria di Hong Kong è tornata a riempirsi di proteste e gas lacrimogeni. È stata solo una tregua nella guerra continua fra manifestanti e polizia, con Pechino che ha riacceso la miccia annunciando l’intenzione di mettere la parola fine ad una questione che si trascina da troppo tempo, imponendo leggi anti-protesta che potrebbero minare drasticamente le libertà civili di una città che vuole difendere ad ogni costo il proprio status di semia-utonomia. Hong Kong si avvia facilmente verso un’altra estate di disordini, con gli anniversari del massacro di Tienanmen e del passaggio della città al dominio cinese che incombono.

Questa volta, è stato subito chiaro che le autorità non hanno alcuna intenzione di tollerare le nuove proteste, per di più non autorizzate. Quando la folla ha iniziato a radunarsi nella zona di Causeway Bay, è stata accolta da una presenza di polizia eccezionalmente massiccia che attraverso i megafoni avvertiva: qualsiasi protesta viola sia le leggi sull’ordine pubblico che le misure di distanziamento sociale.

La sensazione è che Pechino abbia deciso di mostrare il pugno di ferro autorizzando molto velocemente l’uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua: il primo proiettile di gas è stato sparato appena 25 minuti dopo l’inizio della protesta. Un cambio di marcia significativo: lo scorso anno diverse marce non autorizzate erano state interrotte molte ore dopo l’inizio. La pandemia è stata una pausa nei disordini, e man mano che il pericolo passa, la gente è più disposta a uscire. E allo stesso tempo, la polizia appare meglio equipaggiata e più preparata, decisa a spazzare via ogni dissenso prima che si scateni.

Al momento, è difficile capire come qualcuno in città possa bloccare il pugno di Pechino: a metà settimana riprenderà il dibattito su un’altra legge che rende l’insulto all’inno nazionale un crimine punibile con la reclusione. A questa si aggiunge la legge anti-protesta che entrerà in vigore a breve, indipendentemente da ciò che accadrà in città nelle prossime settimane. Con le opzioni sempre più limitate, i capi della protesta sperano che l’intervento della comunità internazionale spinga Pechino a cambiare rotta, speranza data dalla lettera che una ventina di paesi hanno firmato, in cui il disegno di legge contro la protesta è definito “un attacco all’autonomia della città, allo stato di diritto e alle libertà fondamentali”. Tra i firmatari c’era Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, sei senatori statunitensi, tra cui Ted Cruz e Marco Rubio, e numerosi membri del Parlamento britannico, dell’Unione Europea, australiani e neozelandesi.

Ma c’è di più. Alla fine di questo mese, il Congresso degli Stati Uniti deciderà se Hong Kong sarà in grado di conservare sufficientemente autonomia dalla Cina per giustificare il mantenimento di alcuni privilegi commerciali. E il Segretario di Stato Mike Pompeo ha avvisato: la proposta di legge anti-sommossa avrà “inevitabilmente un impatto sulla nostra valutazione”, che potrebbe sfociare in nuove sanzioni contro Pechino e Hong Kong.

Storicamente, la Cina non risponde bene alle pressioni internazionali: minacce di sanzioni o anatemi della comunità internazionale non hanno mai avuto un forte ascendente sulle scelte di Pechino. La storia insegna che decenni di minacce non hanno impedito alla Corea del Nord per portare avanti il proprio programma nucleare, mentre le sanzioni imposte alla Russia non hanno impedito a Putin di impadronirsi della Crimea. Per di più, la Cina è molto più sicura economicamente e militarmente di entrambi i Paesi, e può contare su forti alleanze in altre parti del mondo per bilanciare qualsiasi aggressione da parte degli Stati Uniti.

Le proteste contro il disegno di legge che vuole cancellare le proteste continueranno, almeno per ora. Molte manifestazioni sono già state pianificate, anche se resta da capire quanti saranno disposti a scendere in piazza quando la polizia avrà dimostrato la ferma volontà di reprimere tutto.

Nel momento in cui la legge entrerà in vigore, qualcuno si aspetta un effetto a catena dalle prospettive raggelanti: un’ulteriore radicalizzazione di coloro che sono già pronti a usare la violenza, con aumento esponenziale di morti, feriti, arresti e di pene detentive. Ma la nuova possibilità alle agenzie di sicurezza cinesi di poter operare in città per la prima volta potrebbe vedere molti manifestanti spazzati via prima ancora che abbiano la possibilità di scendere in piazza.

C’è poi il nodo di Taiwan, dove nel fine settimana si sono svolte manifestazioni a sostegno di Hong Kong, da tempo meta di coloro che fuggono dal dominio comunista cinese. Mentre l’isola non dispone di protezioni legali per i rifugiati, il presidente Tsai Ing-wen ha promesso di “migliorare e portare avanti il lavoro di sostegno nel fornire alla popolazione di Hong Kong l’assistenza necessaria”.

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