Il coronavirus sta rallentando l’economia mondiale

| Gli economisti temono che se non viene fermato, il virus assesterà un duro colpo al PIL mondiale, già duramente provato dalla crisi iniziata nel 2008 e mai finita

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Sono passati quasi due decenni da quando un coronavirus noto come “SARS” ha colpito la Cina uccidendo centinaia di persone e scatenando un’ondata di panico che ha fatto vacillare l’economia globale. Quasi nulla, rispetto a quello che potrebbe succedere oggi, con il ruolo della Cina come meccanismo indispensabile al business globale: la fabbrica del mondo, che sforna prodotti come l’iPhone ma soprattutto stimola la domanda di materie prime come petrolio e rame. Il Paese vanta anche centinaia di milioni di consumatori ricchi che spendono molto per prodotti di lusso, turismo e automobili. Nel 2003, l’economia cinese rappresentava circa il 4% del PIL mondiale: oggi il 16%.

 “L’epidemia ha il potenziale di causare gravi scosse economiche e di mercato. Ma la portata dell’impatto sarà determinata da come il virus si diffonde e si evolve, cosa quasi impossibile da prevedere, come i governi ammettono”, ha commentato Neil Shearing, capo economista del gruppo “Capital Economics”.

A comporre il rischio è un dettaglio: dal 2003, anche il mondo al di fuori della Cina è cambiato. La globalizzazione ha incoraggiato le aziende a costruire catene di fornitura che tagliano i confini nazionali, rendendo le economie molto più interconnesse. Le principali banche centrali hanno consumato gran parte delle munizioni che normalmente impiegherebbero per combattere le crisi economiche a partire dalla crisi finanziaria del 2008, e i livelli di debito globale non sono mai stati così elevati. L’aumento del nazionalismo può rendere più difficile coordinare una risposta a livello mondiale, se necessario, perché il virus sta bloccando le catene di forniture necessarie alle aziende. Gli stabilimenti automobilistici in tutta la Cina hanno ricevuto l’ordine di rimanere chiusi fin dopo le vacanze del Capodanno lunare, e secondo la “S&P Global Ratings”, l’epidemia costringerà le case automobilistiche cinesi a ridurre la produzione di circa il 15% nel primo trimestre dell’anno. 

Colpiti anche i produttori di beni di lusso, che si affidano a consumatori cinesi abituati a spendere molto: il marchio britannico “Burberry” ha chiuso 24 dei suoi 64 negozi nella Cina continentale, e l’amministratore delegato ha avvertito che il virus sta causando un “effetto negativo sulla domanda di lusso”. Ma ancora più preoccupante è la minaccia alle catene di fornitura globali: la “Qualcomm”, il più grande produttore mondiale di chip per smartphone, ha avvisato che l’epidemia sta causando una “significativa”" incertezza sulla domanda di smartphone e sulle forniture necessarie per produrli. 

Per gli economisti, l’attuale livello di disordini è gestibile. Se il numero di nuovi casi di coronavirus cominciasse a rallentare e le fabbriche riaprissero, il risultato potrebbe essere un colpo passeggero per l’economia cinese nel primo trimestre e una lieve ammaccatura sul fianco della crescita globale. Ma se così non fosse, i danni economici sono destinati ad aumentare molto rapidamente.

Mohamed El-Erian, consigliere economico a capo di “Allianz” ha ammesso di essere molto preoccupato per i potenziali effetti economici a cascata: “Per cominciare paralizza la regione dove si è sviluppato il virus, poi si diffonde gradualmente minando il commercio interno, il consumo, la produzione e la circolazione delle persone. A quel punto, se non viene fermato, il processo si diffonde ulteriormente a livello regionale internazionale, con effetti catastrofici sul commercio”.

Gli economisti hanno difficoltà a calcolare i costi potenziali delle epidemie, ma sono convinto che possano essere molto più dannose di disastri naturali come uragani, terremoti o tsunami. Secondo uno studio della Banca Mondiale, una pandemia potrebbe causare perdite economiche pari a quasi il 5% del PIL globale, o più di 3.000 miliardi di dollari. Le perdite derivanti da una pandemia influenzale più debole, come il virus H1N1 del 2009, possono ancora cancellare lo 0,5% del PIL globale.

Fondamentale è il modo in cui consumatori, imprese e governi rispondono al timore: restare in casa, uscire meno, non viaggiare e muoversi poco significa non spendere, tenere il denaro fermo.

La “People’s Bank of China” ha iniziato a mettere in campo contromisure tagliando il tasso d'interesse chiave e iniettando enormi quantità di denaro contante sui mercati per allentare la pressione sulle banche e sui mutui, le banche centrali dei Paesi vicini, tra cui Sri Lanka, Malesia, Thailandia e Filippine, hanno già fatto lo stesso, la Corea del Sud e Taiwan potrebbero essere i prossimi.

Ma la Cina è anche più vulnerabile ad una crisi rispetto a 17 anni fa, quando è scoppiata la SARS. “Ha un debito molto più elevato, tensioni commerciali con un importante partner commerciale e la sua crescita è in costante rallentamento da diversi anni, che significa un punto di partenza debole per affrontare una crisi di questo tipo”, ha affermato Raphie Hayat, senior economist della banca olandese “ING”.

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