“Il giorno in cui ho visto morire
i miei amici”

| Quattordici anni e dei ricordi difficili da cancellare: Eden era nella Mariory Stoneman Douglas di Parkland, in Florida, il giorno in cui Nikolas Cruz ha trucidato 17 persone

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Di Germano Longo
San Valentino si sentiva come ogni altro giorno a Parkland, contea di Broward, Florida, una cittadina tranquilla, dove non è mai successo niente di grave. Era soltanto lo scorso febbraio, sembra una vita fa. Eden Hebron quella mattina si sveglia e indossa una camicia rossa, il suo modo di iniziare la giornata in cui si celebra l’amore: non solo quello che fa battere il cuore, ma anche la gratitudine e l’affetto verso gli amici, gli insegnanti e i genitori. “Appena sveglie, mia mamma ha dato a me e alle mie sorelle dei cuoricini di cioccolato”.

Come tutti i giorni, Eden esce di casa: la aspetta la scuola, la “Marjory Stoneman Douglas High School”. “Sono nata a Parkland - dice - una piccola città dove tutti sono molto uniti. Mia mamma ripete sempre ‘chiudi la porta d’ingresso’, oppure ‘ricorda di inserire l’antifurto’, ma io le rispondo ‘mamma, stai tranquilla, viviamo Parkland: sono solo perdite di tempo”.

Parkland è un ricco e verde sobborgo situato in un angolo del parco nazionale delle Everglades, con leggi all’avanguardia che mirano a preservare il carattere di una città considerata una sorta di parco pubblico: 30mila abitanti che non si fanno mancare mai le gite sugli airboat attraverso le paludi, o una visita al “Barklands”, un giardino all'avanguardia, attrezzato per i cani.

“Credo che Parkland sia sempre stata percepita come un posto molto innocente, è una delle cittadine nel sud della Florida dove vivere è più semplice”.

Il 14 febbraio di quest’anno, alle 14:19, Nikolas Cruz si fa accompagnare alla Marjory Stoneman Douglas da un taxi “Uber”: ha con sé una borsa e uno zaino. È un ex studente di 19 anni dal passato difficile, cacciato da sei istituti privati per via del suo comportamento. Da tempo lo seguono diversi insegnanti di appoggio: soffre di autismo, associato ad un disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Nel 2016 suo nome era finito sotto la lente del Florida Department of Children and Families, quando sulle sua pagine social annuncia di voler comprare un’arma. Ma sui referti dei medici era definito un soggetto considerato “a basso rischio di pericolosità verso se stesso e gli altri”.

Si sbagliavano. Quella mattina Nikolas Cruz era uscito di casa con un fucile semiautomatico AR-15 che, nel giro di sei o sette minuti avrebbe usato per compiere una delle peggiori stragi della storia americana.

Alle 14:19 Eden Hebron era nella sua classe, a lezione di inglese. Alyssa Alhadeff, 14 anni come lei, le siede accanto nell’aula 1216, al primo piano. Alyssa è una grande amica di Eden: escono spesso per andare al cinema, si raccontano i primi amori e le simpatie, e insieme dividevano un’avversione per le lezioni di inglese. “Non ci sono mai piaciute molto, sono sempre così noiose”.

Come tutta la loro classe, le due ragazze sono impegnate a scrivere un tema, quando nel silenzio sentono un suono sconosciuto: “La mia mente si sforzava, ma non riusciva a identificarlo come un colpo d’arma da fuoco, perché non ne avevo mai sentito uno prima”.

Scatta l’allarme antincendio: tutti si precipitano nei corridoi, dove confusi con il suono assordante dell’allarme si riuscivano appena a percepire urla ovattate e colpi. Ancora quel suono che Eden non riusciva a riconoscere.

Alyssa si gira verso Eden, ha un'espressione atterrita: “In quel momento abbiamo capito che qualcosa non andava”. La sua classe si perde nei corridoi, c’è una gran confusione, perfino le due amiche finiscono per correre in direzioni opposte. “In qualche modo sono finita sotto ad un banco accanto alla scrivania della mia classe, proprio di fronte alla porta”. Poco dopo Alyssa e un altro loro compagno la raggiungono e cercano anche loro rifugio sotto altri banchi. È un attimo: Alyssa guarda verso la porta, i corridoi sono sprofondati in un silenzio pietrificato. Ormai era chiaro a tutti cosa sta succedendo.

“Ho sentito dei rumori farsi sempre più vicini: pensavo ‘sta venendo verso la nostra classe’. Ricordo di averlo sentito sempre più vicino: ho chiuso gli occhi. Aspettavo di sentire il colpo”. 

Succede così in fretta che Eden non riesce a capire: Nikolas Cruz sfonda il vetro della porta dell’aula chiusa a chiave e scarica all’interno diversi colpi d’arma da fuoco. Una grandinata di proiettili che rimbalzano sulle pareti della stanza, riempiendo l’aria di spesse nuvole di polvere da sparo e di un odore acre.

Eden urla il nome di Alyssa, ma il suo compagno le mette una mano sulla bocca. Alyssa non può più risponderle: è morta sul colpo.

“Ero in trappola e non ho potuto aiutarla. Non potevo chiamarla, non potevo fare rumore. Non potevo fare e dire niente”. Eden chiude gli occhi e stringe i pugni, forse perde i sensi, non ricorda.

La voce della sua insegnante che chiama il 911 è il primo ricordo che ha quando riapre gli occhi: “Ho capito che Alyssa non era l'unica”. Tre ragazzi all’interno della stessa aula erano morti. In meno di 10 minuti, l’ex studente ha ferito 34 persone, 17 delle quali sono morte, prima di abbandonare zaino el fucile e allontanarsi indisturbato approfittando della confusione.

I primi agenti di polizia fanno irruzione nella Marjory Stoneman Douglas alle 14:32. Nikolas Cruz è appena entrato in un negozio di alimentari per comprare qualcosa da bere, prima di dirigersi verso un fast food. Poco meno di un’ora dopo lo arrestano, camminava tranquillo in un quartiere vicino.

Gli agenti raggiungono l’aula di Eden e stanno organizzando l'evacuazione degli studenti. “Ci urlavano a squarciagola correte, correte, correte! - ricorda - e io non credo di aver corso mai corso più veloce di così”. All’esterno si è radunata una folla di studenti, genitori e giornalisti. Eden chiama al telefono sua mamma: “Era nel panico, continuava a ripetermi ‘davvero non ti è successo niente?’. A me no, ma Alyssa è morta, ho risposto”.

Eden trova sua mamma e insieme si dirigono verso casa: vogliono accendere la televisione e capire cos’è successo.

“Ricordo che i notiziari non finivano di aggiornare le cifre: cinque morti, sei morti, sette morti. È allora che ho capito, ma non avrei mai pensato che la conta sarebbe andati avanti fermandosi a 17 persone. È un sacco di gente, troppa”.

Nei mesi successivi, Eden è tornata a scuola. Lei e i suoi compagni sono stati sottoposti a terapie di supporto psicologico, e ancora oggi sta ancora facendo i conti con la sua esperienza traumatica. A volte si ritrova a guardare in televisione servizi che raccontano del 14 febbraio scorso e della strage di Parkland, com'è definita.

“Posso ripeterlo migliaia di volte: ho visto i miei amici morire, e forse una parte di me non si riprenderà mai del tutto, perché è difficile da accettare. Eppure, per quanto doloroso, ricordare è anche un modo per fare chiarezza su ciò che è accaduto”.

Oggi, Eden Hebron ha un sogno: che la sua esperienza sia da stimolo per un cambiamento radicale nella società americana. Ha messo in ordine i suoi pensieri in una poesia postata su Twitter che è stata condivisa da più di 5.000 persone tra cui Emma González, la ragazza che ha guidato la protesta culminata a Washington con la “March for Our Lives”. Quel giorno a sfilare c’era anche Eden, per chiedere ai governanti di limitare le armi da assalto: finora sono stati ascoltati da alcune città del Colorado e dell’Illinois, ma la strada è ancora lunga.

“In questi mesi ho incontrato tante persone che hanno chinato la testa dicendomi ‘Mi dispiace’, ma non è quello che mi interessa. Sto cercando di convincere la gente a pensare che viviamo in un mondo malato, e bisogna fare qualcosa per curarlo”.

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