Il rapporto finale sulla strage del traghetto Butiraoi

| Ben 95 morti per un insieme di leggerezze, incompetenze e noncuranza: l’inchiesta sul naufragio dello scorso anno in Micronesia si è conclusa con pesanti accuse per il comandante e l’equipaggio

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Il 18 gennaio dello scorso anno, il traghetto “MV Butiraoi”, un catamarano di legno lungo 17,5 metri, lascia l’isola di Nonouti con a bordo 89 passeggeri, 13 membri di equipaggio e 35 tonnellate di noci di cocco nascosti nelle stive, per un peso complessivo superiore alla portata. Era diretto a Betio Tarawa, dov’era atteso dopo due giorni di navigazione. Entrando in mare aperto, il vecchio catamarano deve però vedersela con onde alte fino a 2,5 metri: dopo 30 minuti, le traverse strutturali dell’imbarcazione iniziano a collassare. Neanche due ore dopo, l’imbarcazione si spezza in due e affonda.

Il Butiraoi era dotato di due zattere di salvataggio da 25 persone e altre due barche in alluminio: ambedue le zattere sono state semi-distrutte dal relitto. Dopo tre giorni alla deriva, una delle barche in alluminio si è capovolta ed è affondata. Su quella rimanente non ci sono né cibo né acqua, e i pochi sopravvissuti muoiono uno dopo l’altro.

Il 26 gennaio successivo, le autorità di Kiribati, arcipelago della Micronesia a cavallo dell’Equatore, lanciano l’allarme: del Butiraoi non c’è più traccia. Partono le operazioni di ricerca e soccorso, a cui qualche giorno dopo si uniscono mezzi aerei degli Stati Uniti e dell’Australia. A due giorni di distanza, un aereo di pattuglia della “Royal New Zealand Air Force” individua un gommone con a bordo sette passeggeri del Butiraoi che vengono salvati poco dopo da un peschereccio: affermano che il traghetto, sovraccarico, si era spezzato in due affondando.

Le ricerche aeree proseguono fino al 1° febbraio, senza mai trovare altri passeggeri. Fra i sette superstiti, tutti allo stremo delle forze, due membri dell’equipaggio e una ragazza di 14 anni.

Dopo mesi di lavoro, sono stati resi noti i risultati dell’inchiesta, che raccontano una vicenda agghiacciante: la maggior parte delle 95 vittime morirono di fame, disidratazione e ipotermia grazie alla noncuranza dei membri dell’equipaggio, completamente ubriachi fin dal momento della partenza, e di un comandante incompetente che finì per condannare i passeggeri ad una morte atroce.

La commissione ha accertato che preoccupazioni sull’integrità dell’imbarcazione erano emerse ben prima che la Butiraoi lasciasse il porto. Il traghetto aveva subito due fermi, era stato danneggiato da “sovraccarico eccessivo e ripetitivo” e classificato a rischio per una “manutenzione molto scarsa”. La licenza radio era scaduta il 1° gennaio, mentre l’idoneità a prendere il mare sarebbe giunta al termine due giorni dopo la partenza, il 20 gennaio. In sostanza, la barca non era idonea alla navigazione.

Il rapporto accusa pesantemente il capitano, colpevole di non aver ascoltato gli allarmi lanciati dal servizio meteo, proseguendo nella navigazione nonostante le mareggiate. Si sarebbe anche rifiutato di rallentare quando forti e preoccupanti rumori di cedimento avevano iniziato a provenire dall’interno della barca, e – per finire – “non ha svolto il suo ruolo quando la tragedia era in atto. È stato visto su uno scafo capovolto con alcuni passeggeri, stordito e in preda al panico”.

Quando la barca è affondata, nessuno sulla terraferma sapeva cos’era successo. Il capitano non ha avvisato la guardia costiera della partenza del traghetto, non ha inviato messaggi di soccorso prima che fosse troppo tardi e non ha attivato il radiofaro che avrebbe mostrato la posizione favorendo le operazioni di salvataggio. Una mastodontica impreparazione che ha causato un’enorme perdita di vite umane.

In generale, la competenza e l’inesperienza di tutto l’equipaggio era evidente, rileva il dossier, che parla anche di abuso di alcolici durante la navigazione.

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