Il virus oltre cortina

| Ufficialmente la COVID-19 non è entrata in Corea del Nord, anche se non si ha certezza di quanto affermato dal governo con voci di numerosi casi e centinaia di morti. La strategia di lockdown anticipato ed estremo sembra abbia funzionato

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Di Marco Belletti
Era il 23 gennaio 2020 quando il governo di Pechino mise in quarantena circa 60 milioni di persone nella regione intorno a Wuhan, ma già tre giorni prima la Corea del Nord aveva cancellato tutti i voli da e per la Cina e nel giro di pochi giorni avrebbe chiuso tutti i confini mettendo in quarantena gli stranieri e i cittadini nordcoreani che tornavano dall’estero. Durante un’epidemia, ritardare anche di pochi giorni il blocco (come quello effettuato dalla Corea del Nord) potrebbe significare l’aumento massiccio del numero di contagi. Naturalmente non dev’essere la sola misura di difesa, visto che il secondo Paese a sospendere i voli con la Cina è stata l’Italia, il 9 marzo, quando erano già morte parecchie persone e molte altre vittime sarebbero arrivate in seguito.

La nazione guidata dal “redivivo” Kim Jong-Un non ha atteso i primi casi di coronavirus per prendere provvedimenti, e vista l’assenza di casi sembra che i funzionari della sanità pubblica nordcoreana abbiano adottato la strategia più efficace per prevenire la crescita incontrollata dell’epidemia, appiattendo per quanto possibile la curva gaussiana dei contagi, riducendo il picco di domanda di servizi sanitari.

Robert Abrams è uno dei più importanti generali statunitensi di stanza in Corea del Sud, esperto conoscitore dello scomodo vicino. “38 North” è il sito web dedicato all’analisi della Corea del Nord il cui nome fa riferimento al 38° parallelo nord che attraversa la penisola coreana e che, fino alla guerra degli anni Cinquanta, divideva le due Coree. In un articolo pubblicato dal sito il generale ha spiegato che dichiarare nessun paziente affetto da coronovirus è un’affermazione impossibile da fare, contraria a quasi tutte le analisi e le informazioni in possesso degli esperti, sia medici sia militari.

Ma a quanto pare, contrariamente a quanto scritto su 38 North, oltre al blocco verso l’estero, la Corea del Nord ha anche messo in atto severi interventi di salute pubblica con campagne informative ed educative, con una massiccia mobilitazione di operatori sanitari. 

Le organizzazioni umanitarie e mediche internazionali ritengono che il governo nordcoreano sia stato molto efficiente nell’attuare interventi di salute pubblica e i cittadini e nell’informare in modo tempestivo e corretto dei pericoli e delle responsabilità personali nel prevenire l’ingresso del virus nella nazione e la sua successiva diffusione.

Secondo il “Johns Hopkins Coronavirus Resource Center”, le due province cinesi confinanti con la Corea del Nord (Liaoning e Jilin) hanno registrato circa 250 casi con tre morti, ma siccome il governo di Pechino ha deciso per entrambe un semi-blocco, è riuscito a contenere i casi e quindi le possibilità che il coronavirus sia passato in Corea del Nord attraverso il confine lungo quasi 1.500 chilometri sono molto basse.

Un altro punto a favore dell’efficacia degli interventi nordcoreani è il fatto che la nazione ha già affrontato con la stessa metodologia la SARS nel 2003 e l’Ebola nel 2014, impedendone con successo l’ingresso: sembra che quest’anno la strategia messa in atto attingendo alle esperienze contro quei virus stia funzionando.

In realtà la voce del generale Abrams non è la sola ad affermare che questa efficacia sia del tutto fittizia e anche negli ambienti medici c’è chi ritiene che da novembre – quando probabilmente sono comparsi i primi casi di COVID-19 in Cina – fino alla fine di gennaio (quando il confine nordcoreano è stato chiuso) il virus potrebbe essere tranquillamente entrato.

Il “Daily NK” è un magazine online focalizzato su notizie inerenti la Corea del Nord, ha sede in Corea del Sud e pubblica news e storie presumibilmente ottenute grazie a una rete di informatori sul territorio. Alcune settimane fa ha diffuso la notizia secondo cui il governo di Pyongyang avrebbe nascosto migliaia di morti, tra cui 200 vittime nell’esercito, ma queste informazioni non sono avallate da nessuna fonte e nessuna verifica.

In ogni caso, pur non avendo certezze, sembra proprio che la Corea del Nord si stia comportando come se avesse evitato, almeno per il momento, un’epidemia di COVID-19. Naturalmente a lungo termine la pandemia proseguirà e certamente il coronavirus finirà per entrare ne Paese, non appena il lockdown totale terminerà. Il governo di Kim Jong-Un lo sa e calibrerà le strategie di prevenzione secondo le necessità, prendendo – è stato dichiarato ufficialmente – “severe contromisure nazionali per controllare a fondo la penetrazione del virus alla luce della costante diffusione della malattia epidemica mondiale”.

Inoltre, nel Paese stanno iniziando ad arrivare da parte delle organizzazioni umanitarie numerose forniture diagnostiche e terapeutiche mentre Kim Jong-Un pare abbia deciso di investire risorse pubbliche per realizzare un nuovo ospedale a Pyongyang e un impianto di produzione di ossigeno nella provincia di Hamgyong.

Sembrerebbe quindi che finora la Corea del Nord sia riuscita a evitare conseguenze drammatiche mettendo efficacemente in atto interventi di contenimento anticipati e molto efficaci. Il fatto che il coronavirus non sia presente all’interno dei confini del Paese è quasi sicuramente un’affermazione falsa, ma è quasi certo che governo, istituzioni e strutture mediche e sociali dovrebbero essere dell’idea di allentare le drastiche misure finora attuate, con una moderata fiducia nelle misure di contenimento per un eventuale futuro arrivo della pandemia.

Non è naturalmente chiaro come i nordcoreani riusciranno a gestire una presenza massiccia del virus ma – conclude 38 North – se quanto visto finora è un’indicazione, allora conviene attendere ancora qualche mese per giudicare la loro strategia di contenimento.

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