India, impiccati i killer di Nirbhaya

| Quattro balordi che nel dicembre del 2012 hanno violentato, torturato e ucciso una studentessa, sono saliti sul patibolo. La vicenda di Nirbhaya ha contribuito a inasprire le pene contro la piaga dello stupro

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Akshay Thakur, Mukesh Singh, Pawan Gupta e Vinay Sharma sono stati impiccati in un carcere di Nuova Delhi, a sei anni dalla condanna per lo stupro e l’omicidio di una studentessa di 23 anni, conosciuta come “Nirbhaya”.

Un caso che fin dall’inizio ha scatenato l’indignazione per l’estrema efferatezza e la violenza inaudita. Il 16 dicembre del 2012, Nirbhaya e il suo fidanzato stavano tornando a casa a bordo di un autobus dopo essere stati al cinema. Mentre il mezzo viaggiava, un gruppo di uomini ha prima derubato la coppia, quindi ha obbligato la ragazza a seguirli sul retro dell'autobus dove, secondo le indagini, Nirbhaya sarebbe stata violentata ripetutamente e violata con delle barre di metallo che le hanno provocato profonde e devastanti lacerazioni agli organi interni. Il fidanzato, tenuto fermo durante l’aggressione, è stato spogliato e picchiato. Finita la mattanza, il gruppo ha scaraventato fuori dall’autobus in corsa le due vittime completamente nude. Il gruppo ha poi tentato di ripulire l’autobus dando alle fiamme i vestiti di due giovani, dividendosi il bottino della rapina: due cellulari, un orologio da polso di poco valore e un paio di scarpe.

Nirbhaya è morta due settimane dopo l’aggressione in un ospedale di Singapore, dove i medici hanno tentato di strapparla alla morte malgrado le gravissime lesioni riportate. Poco prima di morire, è riuscita a descrivere i suoi aggressori.

Qualche ora dopo, la polizia ha individuato e localizzato sei sospetti: il più anziano, Ram Singh, 34 anni, autista di scuolabus, secondo il tribunale, guidava “abitualmente” il veicolo dove è avvenuto l’agguato. È stato accusato di stupro e omicidio, ma è scampato alla condanna perché ha preferito togliersi la vita in cella poco dopo l’inizio del processo. Il più giovane, 17 anni al momento dell’aggressione, è stato condannato a tre anni di prigione in un penitenziario minorile e rilasciato nel 2015. Gli altri quattro, di età compresa tra i 19 ed i 28 anni, meno di un anno dopo sono stati condannati a morte. Tra loro ci sono l’addetto alle pulizie Akshay Thakur, l’istruttore di ginnastica Vinay Sharma, il fruttivendolo Pawan Gupta e il fratello minore di Ram Singh, Mukesh Singh. Nel 2015, nel corso di una scioccante intervista rilasciata alla BBC, Singh ha dichiarato che “quella se l’è cercata, perché una ragazza perbene non va in giro alle nove di sera”.

I quattro uomini sono stati condannati nel 2013, ma tre di loro hanno presentato ricorso in appello alla Corte Suprema dell’India contro la pena capitale: tutti gli appelli sono stati negati, comprese le richieste di clemenza al presidente indiano Ram Nath Kovind.

Il caso ha suscitato indignazione in tutto il mondo e soprattutto in India, dove migliaia di manifestanti hanno chiesto giustizia per Nirbhaya, pseudonimo che significa “senza paura”, poiché secondo la legge indiana le vittime di crimini a sfondo sessuale non possono essere identificate.

I manifestanti hanno chiesto leggi più severe sulla violenza che attanaglia un Paese dove, sulla base dei dati ufficiali del 2018, ogni 16 minuti viene denunciato lo stupro di una donna. Secondo i dati raccolti dalla “National Law University” di Delhi, nel 2018 i tribunali hanno inflitto 162 condanne a morte, il numero più alto da quasi due decenni a questa parte. Tuttavia, in base ai dati di “Amnesty International”, quell’anno non si sono registrate esecuzioni. Solo una manciata di persone sono state mandate sul patibolo negli ultimi 20 anni, tra cui tre terroristi e Dhananjoy Chatterjee, giustiziato nel 2004 per lo stupro e l’omicidio di una studentessa.

Dopo la morte di Nirbhaya sono state introdotte riforme di legge con un forte inasprimento delle pene, compresa la condanna a morte in caso di recidiva, quando fino ad allora la pena massima per lo stupro era l’ergastolo. Nel 2018 la legge è stata modificata in modo che la pena di morte possa essere emessa in automatico nei casi in cui la vittima sia una ragazza di età inferiore ai 12 anni.

Secondo alcuni esperti, l’indignazione seguita alla morte di Nirbhaya ha contribuito a sollevare il coperchio sulla piaga degli stupri, che in realtà sono proseguiti come nulla fosse. Lo scorso anno, quattro uomini hanno confessato lo stupro di gruppo e l’omicidio di una ragazza di 27 anni, a cui dopo la violenza hanno dato fuoco. I quattro sono stati uccisi dalla polizia in custodia dopo aver presumibilmente tentato di sottrarre le armi agli agenti durante un sopralluogo sulla scena del crimine.

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