"La guida aveva il Gps
noi sterminati dalla tempesta"

| I superstiti della tragedia di Arolla (7 sci-alpinisti morti il 30 aprile) difendono la guida Mario Castiglioni. "Gli schermi Gps illegibili, impossibile scavare buche nella neve, eravamo avvolti dal ghiaccio". Mistero sulla sua morte

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di ALBERTO COSIMO FERRO

I superstiti, ancora in ospedale in Svizzera in condizioni definite “serie” dai medici, in particolare un ticinese di 72 anni, della tragedia di  Arolla nel Cantone Vallese (7 sci-alpinisti morti in una tempesta ad alta quota, nella foto di apertura il gruppo alla pertenza da Chamonix), difendono con forza la guida Mario Castiglioni, 59 anni, e la moglie Kalina Damyanova, 52 che avevano organizzato la traversata dell’Haute Route Chamonix-Zermatt, restando a loro volta vittime del whiteout.

Uno dei partecipanti, Tommaso Piccioli, sopravvissuto, aveva infatti raccontato che Castiglioni non aveva il Gps di ultima generazione, né altri dispositivi di sicurezza di base. Ma gli investigatori della polizia, dopo aver sentito gli ultimi due superstiti, avrebbero accertato che Castiglioni aveva il Gps con le cartine digitali di tutta la zona inserite prima della partenza, come impone il più elementare criterio di prudenza e professionalità. Circostanza confermata dai dipendenti della MLG Mountain, l’agenzia di Chiasso di Castiglioni  che, con una quota di 1200 euro a persona, aveva organizzato la traversata. La tragedia si spiega con l’eccezionale potenza della tempesta iniziata tra le 9.30 e le 10 dieci del 30 aprile, mentre il gruppo si apprestava a scendere verso il percorso diretto al rifugio Nacamuli in Valpelline, in Italia, a una quota più bassea del più vicino Cabanne Des Vignettes, destinazione naturale dell’Haute Route. Ma Castiglioni, visto che il meteo era sfavorevole, aveva pensato, anche allungando il viaggio di qualche ora, di raggiungere un punto più protetto. In pochi secondi la visibilità da 200 metri s’è ridotta a zero, il mix di vento, ghiaccio e neve ha fatto sì che la temperatura percepita scendesse da più 5 a - 20 gradi sottozero.

Solo a questo punto la guida aveva deciso di deviare verso il più vicino Cabanne Des Vignettes, a un paio di chilometri di distanza in linea d’aria ma che li obbligava a salire di quota e ad affrontare il cuore del whitout. “La guida aveva il Gps ma lo schermo s’è coperto di ghiaccio ed era illeggibile…Non riuscivamo più a camminare, le raffiche ci sbattevano a terra ogni due minuti e rialzarsi era sempre più difficile…Ci siamo tolti gli sci per mettere i ramponi e camminare ma non si poteva avanzare che di qualche metro in un inferno bianco…”. Ventuno ore di inferno in terra. Su queste basi, nessuna responsabilità di natura penale o civile, può essere ricondotta alla guida alpina e alla moglie con cui condivideva la gestione dell’agenzia Mlg Mountain, acronimo di Mario La Guida. Sono due i testimoni che lo scagionano in modo chiaro ma resta l’incognita di una partenza, alle 5,30 dal rifugio Cabane Des Dix, la quarta tappa della traversata, nonostante un bollettino meteo non favorevole all’impresa. “Il gruppo è rimasto unito nonostante tutto - ha detto lo sci-alpinista tedesco - e siamo arrivati alla sella vicino alle Pigne d’Arolla, 3.800 metri…”. Da quel punto alle Cabanne Des Vignettes, sci ai piedi, ci vogliono non più 30.40 minuti per raggiungerlo. sarebbe stata la salvezza. "Ma la tempesta era di una violenza inaudita e la guida ci disse di non aver mai visto nulla di simile". Ma un fattore imprevedibile trasforma una situazione di crisi non infrequente in queste montagne dove si incrociano venti e correnti dagli opposti crinali, in una tomba: due giorni prima un temporale di acqua mista a ghiaccio aveva cristallizzato la neve in un blocco come di pietra. Impossibile, senza attrezzi adeguati, scavare le buche, come vuole la norma, per sottrarsi al gelo e alla morte per ipotermia. Gli sci-alpinisti, dopo avere vagato per ore perdendo più volte la strada, avevano tentato di creare una barriera al vento impilando i propri zaini ma questa misura imposta dalla disperazione non è servita a nulla. “Ci siamo fermati perché non ci potevano più muovere, le donne sono state le prime a cedere, dopo ogni raffica, tendevano a non rialzarsi più o a farlo con sempre più fatica.  Si procedeva lentamente…I Gps sono diventati inutilizzabili”. I testimoni a questo punto del racconto si interrompono; subentrano i sintomi dell’ipotermia, sono sopravvissuti solo quelli meglio attrezzati, più consapevoli delle tecniche di sopravvivenza, con i nervi più saldi”. Alla mattina del 1 maggio, i soccorritori si sono imbattuti in una distesa di corpi senza vita e in cinque moribondi. Ma come e perché è morto Mario Castiglioni? “A un certo punto lo abbiamo perso di vista, non disse cosa aveva intenzione di fare”. La moglie, Kalina Damyanova, aveva tentato di scavarsi un riparo nel ghiaccio, da sola, ma in quell’anfratto è stata trovata ormai in agonia ed è morta in ospedale poche ore dopo. Il corpo di Castiglioni invece a circa 100 metri dal gruppo, resta l’ipotesi, ma è solo un’ipotesi, che abbia tentato di raggiungere il rifugio per organizzare i soccorsi degli sci-alpinisti ma, caduto da una roccia, avrebbe subito una serie di fratture e non si sa se è morto per le ferite o per il freddo, o per entrambi. Aveva perso la maschera, il pulviscolo di ghiaccio lo avrebbe reso cieco. La ricostruzione della polizia elvetica, che potrebbe concludersi con un non luogo a procedere, manca ancora di alcuni documenti, relativi alle autopsie. Ma si chiuderà in tempi brevi. Le vittime sono Mario Castiglioni, la moglie Kalina: i bolzanini Marcello Alberti, la moglie Gabriella Bernardi, l'insegnante Elisabetta Paolucci; il comasco Andrea Grigioni, la parmense Francesca Von Felben. Un ticinese di 72 anni è ancora in gravissime condizioni, fuori pericolo due tedeschi e quattro escursionisti francesi.

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