La parabola di Aung San Suu Kyi

| Dal Nobel per la Pace alle accuse di genocidio: l’ex attivista per i diritti umani della Birmania è accusata di non aver fatto nulla per impedire il massacro del popolo Rohingya

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Per quella donnina minuta dall’aria delicata era sceso in campo il mondo intero: Aung San Suu Kyi era una delle tante vittime della dittatura militare del suo paese, la Birmania, una donna diventata l’emblema della lotta contro le ingiustizie e i diritti umani. In una parabola che ha dell’incredibile, poche ore fa è stata proprio lei a dover rappresentare il governo davanti alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite dell’Aia dalle accuse di genocidio e atrocità contro l’etnia musulmana Rohingya.

Nata nel giugno del 1945, figlia di un generale ucciso due anni dopo la sua nascita, Aung era cresciuta impegnandosi in politica: nel 1960 è nominata ambasciatrice in India, poi sceglie di completare gli studi a New York e Oxford. Torna in Birmania nel 1988 per accudire la madre gravemente malata, proprio mentre il generale Saw Maung sale al potere instaurando il regime militare. Aung, che ha sempre seguito gli insegnamenti del Mahatma Gandhi, fonda la Lega Nazionale per la Democrazia e nel 1988 viene messa ai domiciliari. Due anni dopo, alle elezioni generali, il partito di Aung stravince alle urne, ma i militari non riconoscono il voto e assumono la guida della Birmania con la forza.

Le battaglie politiche trasformano Aung San Suu Kyi in un simbolo che commuove il mondo: un anno dopo le viene assegnato il Nobel per la Pace che non ha il permesso di ritirare personalmente, e lei utilizza tutto il denaro del premio per creare un sistema sanitario e di istruzione. Intorno al nome di Aung, che nel frattempo scampa ad un attentato, si mobilita il mondo intero: sul Myanmar arrivano le forti degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, del Vaticano e delle Nazioni Unite. Sarà liberata solo il 13 novembre 2010, dopo aver subito altre condanne che la costringono ai lavori forzati: cinque anni dopo, la Lega Nazionale per la Democrazia vince le prime elezioni libere, e Aung San Suu Kyi guida diversi ministeri prima di diventare Consigliere di Stato, di fatto il presidente del paese asiatico.

Ma qualcosa cambia di colpo: un rapporto del 2017 del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite accusa i leader birmani di genocidio e crimini di guerra, e fra i nomi di chi merita un processo spunta anche quello di Aung San Suu Kyi.

Le accuse nei suoi confronti sono in realtà di non aver fatto nulla per evitare il sistematico massacro dei Rohingya, una minoranza musulmana vittima di una violenta campagna militare. “Aveva il potere per intervenire, o avrebbe potuto almeno dimettersi. Non c’era alcun bisogno che diventasse la portavoce dell’esercito affermando le violenze erano solo una montatura messa in atto da una campagna di disinformazione”, ha tuonato contro di lei Zeid Ra’ad al Hussein, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Nel rapporto, si legge che “Le repressioni dell’esercito sono state grossolanamente sproporzionate rispetto alle effettive minacce alla sicurezza citate come motivo di tanto accanimento: si è trattato di una vera e propria pulizia etnica”.

Zaw Htay, portavoce del governo birmano, ha difeso a muso duro le posizioni del proprio Paese: “Non abbiamo mai autorizzato la missione Onu ad entrare nel nostro Paese, e per questo non accettiamo alcuna risoluzione”.

Aung San Suu Kyi, che formalmente non è al tavolo degli imputati, ha definito “incompleta ed errata” l’accusa mossa dalle Nazioni Unite. Ma del simbolo che era diventata, non c’è più traccia.

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