Radice salafita nel cuore
dei nuovi terroristi

| Dopo gli arresti a Torino e Latina, catturati i complici di Anis Amri, il terrorista che colpì i mercati di Natale a Berlino e poi ucciso in Italia dalla polizia, analisi sui bacini di arruolamento e di radicalizzazione in Europa

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Mohamed Lahouajej Bouhlel, 31 anni, il camionista assassino di Nizza, originario di Mseken, è figlio di un noto estremista islamico che fa parte del partito radicale Ennahda, che, rispetto ai vecchi gruppi combattenti salafiti, radicati da sempre nel distretto di Sousse, sta come il Sinn Fein all'Ira. C'è un filo rosso che unisce i terroristi di oggi, di seconda o terza generazione (come i cittadini inglesi di origine pakistana che fecero saltare nel luglio 2006 il metro di Londra) con i fanatici coinvolti nelle vecchie inchieste sui Gruppi Salafiti di Combattimento, germinati negli Anni ‘80 e ‘90 tra Tunisia e Algeria, e altri gruppi minori poi diffusi nel Sud della Francia e pure in Italia. Nella sua comunità Mohamed è gia un «martyr». Lo seppelliranno presto nel suo paese, non lontano dalla spiaggia dove un commando Isis trucidò decine di turisti, in un clima di complicità e di rispetto per il suo «sacrificio». Nato e vissuto «in un contesto familiare - osserva il sito tunisino TunisieSecret.com - favorevole alla violenza e al radicalismo». In un continuo interscambio di contatti e coperture. Anis Amri, l'attentatore che il 19 dicembre del 2016 uccise 12 persone piombando con un camion sul mercatino di Natale a Breitscheidplatz, poi neutrelizzato tre giorni dopo da due poliziotti a Sesto San Giovanni.

AMICI DI EX TERRORISTI

Questi assassini-suicidi sono figli, fratelli o amici delle famiglie dei terroristi attivi dieci o vent’anni fa. In percentuale altissima. Scorrendo le pagine degli atti giudiziari dell’epoca, emergono fantasmi dimenticati. Allora il brand era quello di Al Qaeda, oggi il faro è il Califfato. Ma il bacino di reclutamento è lo stesso. Sigle dimenticate: il Gia, Gruppo Salafiti per la predicazione e il combattimento, con i suoi cloni diffusi in Italia, Tunisia, Marocco e nel Corno d’Africa. Il Gspc, tra il '95 e il 2008 predicava l'odio contro l'Occidente ma soprattutto contro la Francia. A Milano fu catturato il pianificatore degli attentati di Madrid del marzo 2004, con decine di morti. A Torino la Digos fermò l'uomo che con i camion-bomba aveva fatto saltare le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Gli investigatori della ex Ucigos (ora Dcpp, Direzione centrale polizia di prevenzione) e i colleghi francesi scoprirono solo una parte delle rete logistica. Solo una piccola percentuale era stata oggetto di arresti o semplicemente di un censimento uomo per uomo. In quelle case si respirava però l'odio religioso e l'odio anti-francese. I loro ragazzi vanno a scuola, istruiti a non far trapelare nulla della loro formazione, a proteggere dalla polizia familiari e amici ricercati o semplicemente in fuga.

PROFILI ANONIMI, UOMINI INVISIBILI

I profili degli attentatori belgi e francesi sono straordinariamente simili. Anonimi, invisibili, indecifrabili attraverso un'attività routinaria di Intelligence. Da qui lo stupore dei media (se non degli inquirenti) per le loro vite normali o contraddittorie rispetto agli stereotipi del radicalismo. Vanno in discoteca, non osservano il Ramadan, hanno pure precedenti per piccoli reati, vestono e vivono come i loro coetanei, bevono alcol e altro ancora. Chi ricorda, oggi, il nome di Khaled Kelkal? Ucciso a Lione dalla polizia, aveva fatto esplodere una bomba artigianale nel luglio 1995 in una stazione ferroviaria a Saint Michel. Dieci morti e decine di feriti. Dice il questore Giuseppe Petronzi, ex capo della Digos: «Attenzione a non categorizzare in modo rigido gli ultimi episodi, dagli Usa alla Turchia, ma i collegamenti con il passato recente ci sono, vanno valutati interpretati alla luce dei continui cambiamenti».

ATTACCO ALLA SCUOLA EBRAICA

Il vero segno di svolta, d accade molti anni dopo, attentato dopo attentato. Nel marzo 2012 il primo atto della «guerra per tutti». Quella di oggi. Senza logistica, quasi a costo zero, senza pietà e senza scampo. Questa generazione non prende neppure in considerazione una via di fuga. Mohammed Merah, 24 anni, rapper ma radicale islamico under-cover, indottrinato anche in famiglia, fa irruzione nella scuola ebraica Eleves Ozah Hatorah di Tolosa e uccide un maestro e tre bambini. Dopo le ormai tante stragi, l’identificazione dei killer, lo stesso rituale: i video di auto-presentazione sui siti Isis, ma anche foto su fb di assassini con la maglia dei campioni di calcio, le sere in discoteca, la passione per auto o moto, i «mi piace» sui profili fb di star della musica o del cinema. Le interviste del dopo-strage, ad amici, familiari e conoscenti iniziano, molto spesso, così: «No, non avremmo mai pensato...».

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