La sfida della Birmania

| L’Union Solidarity and Development Party contro la National League for Democracy, come dire i militari contro Aung San Suu Kyi: il futuro di uno dei più poveri stati al mondo è in gioco tra schermaglie e minacce dei due schieramenti

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Di Marco Belletti
La notizia risale alla scorsa settimana: il parlamento della Birmania ha avviato le votazioni agli emendamenti costituzionali proposti dal Comitato per la Revisione della Carta. Formato nel febbraio 2019 con l’incarico di valutare possibili modifiche alla Costituzione del 2008 e per ridurre l’influenza delle Forze Armate (Tatmandaw) sul sistema politico-istituzionale del Paese, questo comitato nei primi giorni di votazione – in corso fino al 20 marzo – ha bocciato 12 dei 14 emendamenti proposti.

A segnalarlo è il Centro Studi Internazionali, il Think Tank di italiano di politica internazionale focalizzato su geopolitica, geoeconomia, terrorismo, sicurezza e difesa. Tra gli emendamenti bocciati le due proposte fortemente supportate dalla National League for Democracy (NLD): il primo proponeva di ridurre nell’arco di 15 anni i seggi in Parlamento riservati ai militari e di eliminare la definizione del capo di stato maggiore della difesa come comandante supremo di tutte le forze armate. Il secondo invece riguardava la possibilità di accedere alle elezioni per la presidenza anche dei cittadini con parenti di nazionalità straniera.

Quest’ultimo divieto impedisce di fatto alla leader della National League for Democracy, Aung San Suu Kyi, di diventare presidente a causa della cittadinanza straniera dei suoi figli. Nata il 19 giugno 1945, San Suu Kyiè una politica birmana attiva da lungo tempo nel difendere a livello internazionale i diritti umani nel suo Paese. È anche capo del movimento di opposizione ed è stata insignita del premio Nobel per la pace nel 1991. Attualmente, San Suu Kyi è consigliere di stato della Birmania, ministro degli affari esteri e ministro dell’ufficio del presidente. Negli ultimi anni tuttavia, la fama della donna è stata intaccata da numerose controversie. Nel settembre 2017 la pakistana Malala Yousafzai – premio Nobel per la pace – a proposito delle violenze dell’esercito birmano contro la minoranza musulmana Rohingya, ha chiesto senza successo alla San Suu Kyi di condannare tali violenze. Anche l’allora ministro degli esteri britannico Boris Johnson segnalò alla politica birmana che questi fatti stavano intaccando la reputazione della nazione. Al contrario, le forze di sicurezza birmane accusarono i ribelli Rohingya dell’incendio di alcuni villaggi e di atrocità contro la loro stessa gente nello stato di Rakhine. Da allora a livello internazionale il comportamento di San Suu Kyi è stato giudicato indifferente (quando non propriamente ostile) nei confronti dei musulmani Rohingya. L’hanno messo in evidenza artisti come Bono degli U2 e Bob Geldof, mentre istituzioni come il Comune di Oxford, il sindacato britannico Unison e l’Università di Bristol hanno ritirato le onorificenze precedentemente concesse alla donna. L’Università di Londra Queen Mary ha segnalato che la leader stava “legittimando un genocidio” in Myanmar e che non voleva “ammettere né bloccare la conclamata campagna di stupri, omicidi e distruzione perpetrata da parte dell’esercito ai danni dei villaggi Rohingya”. Infine, il 27 settembre 2018 il parlamento del Canada ha decretato con votazione unanime la revoca della sua cittadinanza onoraria.

Tornando alla votazione in corso in Birmania, in realtà i due emendamenti hanno ottenuto la maggioranza dei voti favorevoli (rispettivamente 404 e 393 su un totale di 633 parlamentari) ma non hanno superato la soglia del 75 per cento prevista dalla procedura di revisione costituzionale. A incidere pesantemente è stata la componente militare dell’organo legislativo, che detiene il 25 per cento dei seggi ed esercita quindi un forte potere di veto.

L’Union Solidarity and Development Party (USDP, principale partito d’opposizione e con forti legami con i vertici militari) e i militari stessi, fuoriusciti anzitempo dal comitato per l’emendamento, hanno cercato più volte in questi mesi di creare un danno di immagine alla National League for Democracy della San Suu Kyi: hanno denunciato il partito definendolo troppo intransigente e refrattario al compromesso. Alla base di questa schermaglie politiche ci sono senza dubbio le elezioni generali previste per novembre. Infatti, esercito e militari intendono arrivare a questo appuntamento elettorale con un forte ascendente sul Paese per evitare quanto successo cinque anni fa, quando la NLD si era assicurata circa l’80 per cento dei seggi.

Secondo alcuni sondaggi l’USDP resta favorito, ma è stato recentemente criticato, soprattutto nella gestione del rapporto con i vertici del Tatmandaw, e il processo di pace con i gruppi armati di diverse etnie presenti nel Paese è ancora lontano dal generare un accordo multilaterale tra le parti. Va infatti considerato da chi intende prendere il potere, che la Birmania è uno stato multilingue e multietnico: il governo ufficialmente riconosce 8 etnie principali a loro volta suddivisi in 135 gruppi etnici indigeni ma non esistono statistiche certe e aggiornate sulla popolazione e sulla sua composizione: l’ultimo censimento complessivo, oltretutto controverso, risale al 1931.

Nello stesso tempo, i piccoli successi raggiunti dalla NLD mettendo in dubbio l’autonomia con cui i militari, che di fatto controllano la politica di sicurezza, hanno continuato le operazioni militari contro i gruppi di insorgenza, potrebbero non pagare sul piano elettorale, in quanto non considerati prioritari dalla maggioranza della popolazione.

Quello che si presenta è indubbiamente uno scenario difficile e articolato che vedrà sicuramente in difficoltà il prossimo governo civile nella gestire lo Stato, permettendo in questo modo un rafforzamento del potere e dell’influenza dei militari all’interno del sistema. La speranza è che la nazione con un governo non autoritario possa continuare il forte sviluppo economico iniziato nel 2011, anche se ancora nel 2016 era uno dei Paesi più poveri e meno sviluppati al mondo, con alle spalle decenni di stagnazione, embargo internazionale e isolamento economico.

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