La vita difficile degli aborigeni

| L’esistenza della minoranza etnica degli indigeni australiani ricorda molto da vicino il trattamento degli afroamericani. Soprusi, violenze e morti sospette in carcere hanno scatenato la protesta del “Black Lives Matter”

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La morte di George Floyd non è stata soltanto l’occasione di protestare contro il razzismo e le condizioni degli afroamericani, ma ha scoperchiato una serie di ingiustizie che si perpetrano ogni giorno in diverse parti del mondo. 

Migliaia di persone, lo scorso fine settimana, hanno partecipato alle marce del “Black Lives Matter” in tutta l’Australia: urlavano rabbia per un uomo innocente ucciso da un poliziotto violento, ma chiedevano anche di mettere la parola fine alla discriminazione contro la popolazione indigena.

I numeri confermano la convinzione che anche l’Australia deve cambiare: mentre la popolazione indigena del Paese rappresenta solo il 3,3% dei 25 milioni di abitanti, è più di un quarto della popolazione carceraria. Gli indigeni australiani hanno quasi il doppio delle probabilità di morire per suicidio, hanno un’aspettativa di vita inferiore di quasi nove anni e tassi di mortalità infantile più elevati rispetto agli australiani non indigeni.

Anche questa è solo la punta dell’iceberg. Uno studio dell’Australian National University, ha rilevato che il 75% degli australiani ha una visione negativa dei nativi. “Questo studio presenta prove evidenti della solida barriera invisibile che gli indigeni affrontano nella società”, ha spiegato Siddharth Shirodkar, l’autore del rapporto.

Ci sono due gruppi di indigeni: gli aborigeni dell’Australia continentale e gli abitanti dello Stretto di Torres, che vivono nelle 274 isole tra l’Australia e la Papua Nuova Guinea. La loro diversità si concentra sulle diverse credenze e in più di 250 gruppi linguistici.

Gli aborigeni australiani rappresentano una delle civiltà più antiche del mondo: sono arrivati nel continente almeno 45.000 anni fa: nel 1788, quando l’impero britannico ha iniziò a colonizzare l’Australia, si stima che vi abitasse un milione di aborigeni. Malgrado questo, i colonizzatori bianchi vedevano l’Australia come una “terra nullius”, letteralmente una terra di nessuno. Negli anni immediatamente successivi, un numero enorme di indigeni morirono dopo essere stati esposti a malanni sconosciuti come l’influenza, malattie veneree, tifo, tubercolosi, polmonite, morbillo e pertosse. Molti altri furono massacrati: tra il 1790 e il 1930 circa 2.000 colonizzatori britannici e più di 20.000 australiani indigeni morirono in violenti conflitti.

Solo nel 1962 gli aborigeni e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres hanno avuto il permesso di votare alle elezioni federali, e l’anno scorso, Ken Wyatt è stato il primo aborigeno a sedere nel governo australiano.

Tra il 1910 e il 1970, un bambino indigeno su tre è stato allontanato dalle famiglie originarie e affidati famiglie o istituzioni come parte di una politica di integrazione. Nel 2008, l’allora primo ministro Kevin Rudd chiese scusa alla cosiddetta generazione rubata, dicendo che il Parlamento “ha commesso in passato ingiustizie che non devono mai più accadere”.

A differenza di altri paesi del Commonwealth come la Nuova Zelanda e il Canada, l’Australia non ha ancora un trattato tra il suo governo e gli indigeni. E, proprio come negli Stati Uniti, ci sono forti timori su come gli indigeni vengono trattati dalla polizia. Nel 1987, il governo ha istituito una commissione per indagare sulla morte degli aborigeni in carcere, dopo una lunga serie di decessi mai spiegati del tutto. L’analisi del “Change the Record”, una coalizione nazionale di giustizia, ha rilevato che tra il 1980 e il 2011 ci sono stati 449 decessi di indigeni in carcere, ovvero il 24% di tutte le morti avvenute nelle carceri nello stesso periodo, e nessun agente di polizia è mai stato sospettato, accusato o condannato.

Per alcuni manifestanti australiani, la morte di George Floyd per mano della polizia è identica a quella di David Dungay, un aborigeno morto in una prigione di Sydney nel 2015. E come per Floyd, la famiglia di Dungay afferma che le sue ultime parole siano state “Non riesco a respirare”. Stessa vicenda per la famiglia di Tanya Day, morta mentre era sotto custodia della polizia nel 2017, in quello che un medico legale ha definito un “decesso evitabile”.

Ai dubbi sulle morti degli indigeni in prigione, il primo ministro australiano Scott Morrison ha riconosciuto che si tratta di un problema e ha detto che il governo sta lavorando per risolverlo: “Affrontiamo la questione come australiani e non adattiamo al nostro Paese quello che sta succedendo in altri posti in questo momento”.

Il direttore di Amnesty International Australia, Sam Klintworth, pretende un’indagine indipendente e trasparente. “L’Australia ha un record vergognoso nel trattamento riservato agli indigeni in prigione. Pensare che questo Paese sia libero dalle violenze razziali che fanno tanto notizia da altre parti, significa ignorare i problemi del cortile di casa nostra”.

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