L’omicidio che mette in imbarazzo la Germania

| Il 23 agosto scorso, l’ex militare ceceno Zelimkhan Khangoshvili viene ucciso in un agguato: era stato minacciato da tempo, ma gli era stata negata ogni protezione. Il sospetto che sia opera dei servizi segreti russi

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Gli omicidi a Berlino sono rari: il tasso di criminalità in Germania è attualmente al livello più basso degli ultimi 25 anni, ma come in tutte le grandi città, l’uccisione violenta è quasi inevitabile. Quel che è molto meno comune è che si verifichino a mezzogiorno, in pieno giorno, e nel centro della città. Ed è ancora più strano quando l’obiettivo è un ex combattente ceceno e il sospetto un presunto killer del governo russo. Ma è esattamente quello che è successo il 23 agosto scorso.

Zelimkhan Khangoshvili, un quarantenne georgiano di origine cecena, stava andando a pregare in una moschea nel quartiere Moabit, nel centro di Berlino. Lo seguiva a poca distanza un uomo su una bicicletta elettrica: si è avvicinato e gli ha sparato a distanza ravvicinata due colpi alla testa e uno alla spalla. Khangoshvili è morto all'istante, e il sospetto assassino è stato arrestato e rimane in custodia della polizia.

Se l’omicida sperava di passare inosservato, ha fallito: due adolescenti l’hanno visto buttare la pistola, la parrucca e la bicicletta nel fiume Sprea, dando il via ad un mistero che ha sollevato domande scomode sul complesso rapporto fra la Germania e la Russia.Il sospetto, che aveva un passaporto russo, è stato arrestato nel giro di poche ore. Ma a più di due mesi di distanza dall’omicidio, il caso è ancora fermo al palo: l'omicida non parla, il Cremlino nega ogni coinvolgimento e la Germania si rifiuta di puntare il dito contro Mosca senza prove certe. Ma l'assassionio ha gettato un’ombra scura sul destini delle migliaia di migranti ceceni che vivono in Europa: in silenzio, stanno osservando con preoccupazione l’imbarazzata risposta della Germania.

Zelimkhan Khangoshvili era ricercato da tempo: la sua partecipazione alla seconda guerra cecena, dove combatteva a fianco di altri insorti ceceni contro le forze federali russe, gli era valsa l'odio profondo delle forze armate russe. Nonostante abbia lasciato il movimento di resistenza intorno al 2005, non era mai riuscito a scrollarsi di dosso il suo passato. Numerosi tentativi di uccisione hanno perseguitato lui e la sua famiglia nel corso degli anni, mentre cercavano rifugio in tutta Europa, arrivando in Germania nel 2016 nella speranza di trovare finalmente un rifugio sicuro. Non era così.

Secondo Mansur Sadulaev, capo del gruppo ceceno di difesa dei diritti umani di Vayfond, in Svezia, Khangoshvili ha chiesto asilo tre volte, ma gli è stato rifiutato ad ogni tentativo. “Tutte le sue richieste sono state ignorate, malgrado le minacce di morte e uno status familiare irreprensibile: Manana Tsatieva, all’epoca sua moglie, era stata un medico presso un importante ospedale privato di Tblisi, la capitale georgiana".

Khangoshvili, che proveniva dalla Pankisi Valley, una remota regione montuosa della Georgia al confine con la Cecenia, nel Caucaso settentrionale, era cresciuto convivendo con la guerra. La valle era rifugio per migliaia di civili in fuga dalla seconda guerra cecena, che infuriava da quasi un decennio. Khangoshvili, di etnia cecena e georgiana, ha iniziato a combattere le forze russe nel 2001: “Aveva scelto di combattere sperando di costruire un paese libero e indipendente: era del tutto normale”, ha commentato l’ex moglie. Alla fine degli anni 2000, Khangoshvili si stabilisce nella capitale georgiana, Tbilisi: è allora che iniziano le minacce di morte e i tentativi di eliminarlo. Il primo risale al 2009, secondo Aleksandre Kvakhadze, ricercatore della Georgian Foundation for Strategic and International Studies che aveva conosciuto Khangoshvili in quel periodo, dando il via ad una lunga amicizia. “Qualcuno aveva cercato di avvelenarlo, ma il piano non è riuscito. Qualche tempo dopo, i servizi segreti georgiani hanno scoperto che il gruppo era legato all’intelligence russa e al leader ceceno Ramzan Kadyrov, un ex signore della guerra noto per la sua brutalità e la fedeltà assoluta a Vladimir Putin. Volevano eliminare Khangoshvili perché non si era limitato a combattere, ma aveva organizzato un gruppo di 200 volontari per opporsi all’invasione delle forze russe durante la guerra del 2008”. Il secdondo episodio nel 2015: Khangoshvili stava camminando verso la sua auto, nel quartiere Saburtalo di Tbilisi. Improvvisamente, qualcuno ha esploso dei colpi d’arma da fuoco che lo hanno colpito al braccio e alla parte superiore del corpo: è riuscito a trovare riparo dietro un veicolo e a chiamare un’ambulanza. “È un miracolo che sia sopravvissuto, ma ha capito che per sopravvivere doveva lasciare la Georgia”.

Ci sono circostanze sospette nelle indagini: le nuove autorità georgiane, che nel 2013 hanno sostituito la squadra con cui aveva lavorato Khangoshvili, hanno affermato che non esistono riprese video della zona dell’agguato, nonostante sia avvenuta in un quartiere centrale di Tbilisi. L’attacco è stato trattato come un piccolo incidente di matrice criminale, piuttosto che come un agguato politico, e mesi prima, a Khangoshvili era stato revocato il permesso di portare un’arma per autodifesa. Per quell'episodio nessuno  è mai stato individuato o catturato, ma Khangoshvili era sicuro di sapere chi ci fosse dietro: “Non aveva alcun dubbio: era l’intelligence russa. Sospettava che i servizi di sicurezza georgiani consentissero loro di condurre l’operazione”.

La Russia ha negato qualsiasi intromissione nell’uccisione di Khangoshvili: “Questo caso non ha nulla a che fare con lo stato russo e con gli organi ufficiali - ha assicurato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in risposta alle notizie dei media sul caso, secondo l’agenzia di stampa russa TASS - respingo categoricamente qualsiasi collegamento tra questo omicidio e la Russia”.

Anche quando Khangoshvili è stato avvertito da alcuni informatori che era in preparazione un altro attentato, per lui non è stata attivata nessuna forma di protezione. “C'erano da 10 a 15 amici che lo proteggevano 24 ore su 24, ma non potevamo andare avanti così. Doveva semplicemente lasciare la Georgia”.

Nel 2015, Khangoshvili si è rifugiato a Odessa, in Ucraina, e ancora una volta, è stato avvertito dai suoi informatori che se fosse tornato a casa sarebbe stato ucciso. In Germania, la vita di Khangoshvili inizialmente sembrava più sicura, ma non meno difficile: le sue domande di asilo sono state respinte una dopo l’altra.

Il suo assassinio, e le prove che mostrano legami con i servizi di sicurezza russi, hanno spinto molti a chiedersi perché il governo tedesco sia stato insolitamente tranquillo nella gestione del caso. Dopo l’omicidio, nessuna autorità tedesca ha contattato la famiglia di Khangoshvili per scusarsi per la mancanza di protezione: “Non trovo normale che una persona venga uccisa da qualcuno di un altro paese - ha detto l’ex moglie Tsatieva – soprattutto se si tratta di una persona che chiedeva protezione e gli è stata negata. Avevo sperato in una qualche scampolo di umanità, ma non c’è stato”.

L’Ufficio federale tedesco per l'immigrazione e i rifugiati, e quello del procuratore generale, hanno rifiutato qualsiasi commento. Ma finora, la reazione del governo tedesco sull’omicidio è stata fredda e distaccata. Interrogato dai giornalisti durante una conferenza stampa di fine settembre, il portavoce della Cancelliera Angela Merkel, Steffen Seibert, ha assicurato che la Germania ha “Tutto l’interesse che sia svolta un’indagine completa e veritiera sull’omicidio”.

Per Sadulaev, portavoce del gruppo per i diritti dei ceceni, è il tristemente prevedibile disinteresse nei confronti delle decine di migliaia di rifugiati ceceni in Europa. “Non posso dire di essere sorpreso, la Russia è una grande potenza e la Germania non ha alcun interesse a danneggiare le relazioni diplomatiche: i ceceni sono solo un inconveniente”.

I migranti ceceni che vivono entro i confini dell’Unione europea devono affrontare una miriade di problemi: spesso trovano grande difficoltà ad ottenere documenti, e la maggior parte possiede solo un certificato di “Duldung”, ovvero di “sospensione temporanea dell’espulsione”. Ciò significa che non hanno il diritto legale di lavorare, e le loro uniche possibilità di alloggio sono di solito i centri per migranti. In mancanza di altre opportunità, molti scelgono di rivolgersi ad attività criminali e bande organizzate.

Secondo Guido Steinberg, un senior associate all’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza, le tendenze politiche tedesche e il crescente sentimento anti-migranti hanno giocato un ruolo nella reazione di Berlino. “La resistenza ai richiedenti asilo è cresciuta bruscamente dal 2016, e i ceceni non hanno la migliore reputazione. C’è anche una forte tendenza pro-Russia nella politica tedesca. In più, circola la convinzione che sia quasi impossibile integrare i ceceni nella società tedesca: anche dopo molti anni faticano a districarsi con la lingua tedesca e fra loro c’è un numero relativamente alto di jihadisti che ha scelto di unirsi all’Isis”.

Steinberg è convinto che se per l’uccisione di Khangoshvili sarà accertata la matrice russa, potrebbe essere necessaria una risposta più dura della Germania. “L’omicidio è stato preso molto sul serio, ma i servizi di sicurezza stanno aspettando le conclusioni: a quel punto, sanno di dover agire”.

Ma tutto questo non sarà di grande conforto per i parenti di Khangoshvili. Suo fratello Zurab vive in Svezia con i due figli. Poco dopo l’omicidio, ha raggiunto la Germania e ha chiesto risposte alle autorità locali, ma non ne ha avute: gli hanno detto che l’indagine era in corso e che nel giro di qualche mese il caso sarebbe finito in tribunale. Quando è tornato in Svezia, ha scoperto che per lui e i suoi figli è stato emesso un ordine di estradizione in Georgia. Zurab si è appellato ai tribunali svedesi, elencando i timori per la sicurezza della sua famiglia, ma gli è stato risposto che trattandosi dei nipoti di Khangoshvili, erano da considerare “parenti alla lontana” e come tali non “in pericolo”.

Ma l’unico che potrebbe chiarire la situazione, il sospetto omicida, a più di due mesi di distanza continua ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Sa bene che può essere trattenuto in custodia per sei mesi, dopo di che, se non ci saranno prove sufficienti, sarà un uomo libero.

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