L'uomo che sussurrava agli emoji

| Un giovane irlandese, passa le sue giornate a interpretare le faccine che impazzano sugli smartphone di tutto il mondo. Obiettivo: dare una nuova frontiera al marketing

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Quando qualcuno chiede a Keith Broni che lavoro fai, a lui scappa da ridere. È l'unico al mondo, per ora, pagato per guardare e interpretare gli "emoji", abbreviazione di "emoticons", le faccine ormai entrate nel non-lessico di tutti i giorni. Quelle che si mandano attraverso i messaggi di testo per esprimere gioia, amore, disappunto o tristezza senza più bisogno di scrivere una parola. Il minimo storico nell'essenzialità dei sentimenti.

L'avventura di Keith nel mondo delle emoji inizia per caso lo scorso anno, quanto il giovane, nativo irlandese e con una laurea in "business psichology" nel cassetto conclusa proprio con una tesi sull'imperversare delle emoticons, risponde ad un annuncio di un'agenzia di traduzioni, alla ricerca di un esperto in emoji, ormai considerate veicoli fondamentali nel linguaggio del marketing.

Ma non finita qui: qualche tempo fa, Keith Broni ha organizzato "Emoji spelling bee", non soltanto un raduno per appassionati di faccine che piangono o ridono, ma una vera e propria campagna per elevare a linguaggio universale l'uso degli emoji, l'unica via per scavalcare differenze culturali e semantiche. Al momento, il giovane irlandese è al lavoro per codificare la prima guida mondiale al significato dei simboletti e alle infinite combinazioni possibili.

La faccina è tra noi

Nascono in Giappone alla fine degli anni Novanta dalla fantasia di Shigetaka Kurita, un geniaccio dell'informatica, che per primo sintetizza una galleria di 172 emoji. Verso la fine del decennio, il francese Nicolas Loufrani - oggi CEO della "Smiley Company" - arricchisce l'idea con le faccine animate, creando di seguito un dizionario ragionato sulle emoticon diviso in precise categorie. È solo nel 2000, dopo la registrazione del brevetto, che gli emoji arrivano sui cellulari. Il resto è storia di tutti i giorni.

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