March for Our Lives: troppo giovani per morire

| L’America che dice basta alle stragi è scesa in piazza: manifestazioni in 800 città e milioni di adolescenti in marcia per chiedere una stretta sulle armi: “Il futuro siamo noi”

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Di Germano Longo
Neanche un adulto sul palco, a parlare alla folla. Non ne hanno bisogno i milioni di giovani americani che sono scesi in piazza per chiedere di non essere ammazzati. Di coetanei ne hanno sepolti fin troppi, poi è arrivata la goccia che fa dire basta, è ora di cambiare: la strage al liceo di Parkland, in Florida. Altre diciassette persone da piangere, morte senza nessuna colpa se non quella di essere andate a scuola quella mattina, per insegnare o imparare. “Quel giorno, la vita di 3.300 persone è cambiata per sempre: il mattino dopo, nel parco della scuola, abbiamo pianto i nostri compagni, gli insegnanti e gli allenatori - ha raccontato alla “BBC” una ragazza, sopravvissuta per un niente alla strage - nessun bambino dovrebbe vivere quello che abbiamo vissuto noi: affrontare un trauma simile, nel luogo in cui dovresti sentirti più protetto e sicuro, è devastante. Scendiamo in piazza perché tutto questo cambi”.

Sono stati proprio i “Parkland’s survivors”, i sopravvissuti di Parkland, a volere la “March for Our Lives”, la marcia per la nostra vita: con l’orrore stampato negli occhi hanno deciso di stringere d’assedio chi decide, i politici di Washington, e chi sulle armi ci specula, la “NRA”, la potentissima lobby che versa fiumi ad ogni campagna presidenziale per assicurarsi l’intoccabilità.

Una discesa in massa che difficilmente Trump e il Congresso potranno ignorare, con migliaia di giovani in viaggio da giorni verso Washington perché ancora una volta, finito il cordoglio e qualche minimo aggiustamento che non toglie il problema, sulle armi è tornato un silenzio che probabilmente sarà interrotto solo alla prossima strage.

Ma è la storia stessa ad insegnarlo: i giovani possono cambiare le cose, sgretolare il sistema, pretendere quello che gli adulti si limitano a discutere senza mai arrivare a nulla. Tanto quella è gente che ha avuto la fortuna di diventare grande, ricorda uno dei manifestanti, cosa che non a tutti i giovani americani oggi è garantita.

Accanto ai ragazzi si sono schierati i nomi che contano, quelli che le battaglie le fanno davvero e non cercano visibilità: Oprah Winfrey, Justin Bieber, Steven Spielberg, Paul McCartney, Barak Obama, George Clooney e sua moglie Amal, che al comitato “March for Our Lives” hanno donato mezzo milione di dollari, accompagnati dalle parole di Clooney: “Mi avete reso nuovamente orgoglioso di questo paese. Siamo al 100% con voi, e insieme a voi marceremo: ma questa è la vostra marcia, il vostro momento”.

Una preparazione meticolosa che non ha voluto in alcun modo sfidare le forze dell’ordine: vietati zaini e aste delle bandiere, usare carta per scrivere i cartelli e tubi di cartone per tenerli su. Accanto ai ragazzi che chiedono lo stop alle armi anche alcuni comitati femministi, per ricordare a chi conta che c’è da risolvere anche la violenza quotidiana e gli stupri che ogni giorno si consumano sulle strade d’America.

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