Pakistan, mano pesante contro le violenze sessuali

| Dopo le proteste popolari, il governo ha varato un pacchetto di misure che introduce la castrazione chimica e rende più pesanti le condanne previste, che possono arrivare alla pena di morte

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Le proteste, che da tempo attraversavano il Pakistan, erano esplose con forza lo scorso settembre, quando una donna rimasta senza benzina mentre si trovava in auto insieme ai suoi figli, era stata aggredita e violentata da un gruppo di uomini, sotto gli occhi terrorizzati dei bimbi. A complicare l’ennesimo caso di violenza contro le donne le parole del capo della polizia, Umar Sheikh, secondo cui si poteva ipotizzare la complicità della donna, colpevole di non aver fatto rifornimento adeguato prima di mettersi in viaggio e di non aver scelto una strada più trafficata.

Il governo pakistano, letteralmente travolto dalle proteste, è stato costretto a varare un pacchetto di nuove leggi per tentare di arginare il fenomeno. Oltre alla nascita di un registro nazionale dei criminali sessuali che protegga anche l’identità delle vittime, le norme prevedono la castrazione chimica attraverso l’uso di farmaci che riducano il testosterone, una norma già introdotta nel 2016 in Indonesia per i pedofili e in Polonia addirittura 10 anni prima contro chi è colpevole di violenze su minori.

Pesanti le pene: da 10 a 25 anni, che possono arrivare fino alla pena di morte, in caso di violenza, mentre pena capitale o ergastolo in caso di violenza di gruppo.

Le proteste erano state appoggiate con forza da Amnesty International, che aveva parlato di “troppe vittime e poche condanne grazie a un sistema giudiziario penale caratterizzato dall’impunità”. Secondo i dati ufficiali, la violenza sulle donne nel paese è un fenomeno sociale preoccupante, con molti casi non denunciati per timore di vendette o addirittura persecuzioni della polizia.

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