Per conto e nel nome di Daphne

| Saranno svelati a breve i risultati del “Daphne Project”, un dossier frutto del lavoro congiunto di 18 testate internazionali che hanno raccolto il testimone della giornalista uccisa a Malta

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Di Germano Longo
Sessantacinque morti ammazzati soltanto nel 2017: per “Reporter senza frontiere”, quello del giornalista è ormai diventato un mestiere molto pericoloso. Uno di questi professionisti dell’informazione, pronti a sfidare pallottole ed esplosivi armati soltanto di penna e taccuino, si chiamava Daphne Caruana Galizia.

Era diventata scomoda, perché da anni scavava nelle profonde gallerie del potere di Malta per portare alla luce una verità così limpida da restare ovviamente impunita e tollerata: l’isola del Mediterraneo è lo snodo prediletto del denaro illecito, la cassaforte off-shore nascosta e silenziosa in cui scorre l’immenso fiume dei soldi della corruzione mondiale e della finanza nera. Affari su cui, aveva scoperto la reporter, da anni si allungano anche le mani e i conti correnti della cricca presidenziale, al comando di Joseph Muscat. Per il suo incessante lavoro di ricerca, Daphne ha pagato con la vita: il 16 ottobre scorso, a pochi passi da casa, la sua Peugeot 108 è saltata in aria.

Reporter united

Nel dicembre del 2017, Paul, uno dei figli di Daphne, aveva parlato pubblicamente alla sede dell’Osce, a Vienna: “I giornalisti perdono le loro vite, ma noi che gli sopravviviamo, perdiamo il nostro diritto a sapere, parlare, a imparare. La libera circolazione della conoscenza dei fatti e delle opinioni crea società più libere e consapevoli. Detto in altro modo: società in cui vale la pena vivere”.

Parole che hanno idealmente dato il via ad un progetto svelato proprio in queste ore: il sacrificio di Daphne ha convinto 18 testate di tutto il mondo fra radio, tv, stampa e on-line, a dare vita al “Daphne Project”, un progetto che raccoglie idealmente il testimone delle inchieste rimaste a metà e riallacciare i fili delle sue indagini per poter arrivare ad una conclusione. Un corposo dossier coordinato dalla “Fobidden Stories” (organizzazione che si occupa di portare avanti il lavoro dei giornalisti ridotti al silenzio), pieno di foto, documenti, informazioni e dati che sarà pubblicato nelle prossime settimane, dopo cinque mesi di lavoro congiunto di 45 giornalisti internazionali. Ad accompagnare il dossier anche un film documentario che racconta la vita privata della reporter e i possibili moventi del suo omicidio, presentato in anteprima lo scorso 13 aprile al “Festival Internazionale del Giornalismo” di Perugia e trasmesso da “Sky Atlantic” e “Sky TG24” domenica 22 aprile alle 21:15.

Del “Daphne Project” fanno parte il “New York Times”, le testate inglesi “The Guardian” e “Reuters”, le tedesche “Süddeutsche Zeitung”, “Die Zeit”, “NDR” (Norddeutscher Rundfunk) e “WDR” (Westdeutscher Rundfunk), le francesi “France 2”, “Le Monde”, “Premières Lignes Télévision” e “Radio France”, i colleghi italiani di “Repubblica”, gli ungheresi “Direkt 36” e “OCCRP” (Organized Crime and Corruption Reporting Project), la svizzera “Tages-Anzeiger” e il “The Times of Malta”.

La beffa della cultura

Joseph Muscat, fra i primi ad unirsi al cordoglio internazionale, ha dichiarato: “Eravamo nemici, ma non avrò pace fin quando non sarà fatta giustizia”. Non sembra stia andando proprio così, stando alla lettera di protesta inviata da Jennifer Clement, presidente del “PEN International”, l’organizzazione che raccoglie scrittori e letterati, nella quale si esprime tutto il rammarico possibile per “gli sviluppi delle indagini sul suo assassinio, con particolare riguardo al comportamento del management di ‘Valletta 2018’, Capitale Europea della Cultura”.

Nella lettera, si accusano le autorità di non aver fatto nulla per evitare le continue distruzioni del monumento eretto in memoria della reporter uccisa, puntando il dito soprattutto contro Jason Micallef, presidente della Fondazione “Valletta 2018” di cui si chiedono le dimissioni, poiché ha “ripetutamente attaccato e ridicolizzato pubblicamente la figura di Daphne Caruana Galizia, ordinando la rimozione degli striscioni che invocavano giustizia. Ci preoccupa inoltre enormemente dover constatare che, anche dopo il suo assassinio, alcuni membri del Governo, incluso il Primo Ministro Joseph Muscat, continuino ad insistere nel promuovere trentaquattro cause per diffamazione nei suoi confronti, cause che sono state prese in carico dai suoi famigliari”.

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