Razzisti, neo-nazisti e suprematisti nel Sud torna il vento della guerra civile

| Report dagli Stati Uniti, media scatenati contro Trump sotto accusa per la sua equidistanza sui fatti di Charlottesville

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Reportage di GERMANO LONGO
MEMPHIS
Fra Memphis e Charlottesville ci sono 1200 km, più o meno, ma molti di più di quanto si possa immaginare. Nella capitale del blues e del rock, un museo aperto in quello che un tempo si chiama "Lorraine Motel", celebra la vita di Martin Luther King, freddato proprio lì nell'aprile del 1968, ma anche a soprattutto la lunga strada dei diritti dei neri d'America, da Rosa Parks alla marcia di Selma. A visitare quelle stanze, si ha come l'impressione – sbagliata - che per la battaglia sia ormai vinta, che il più sia fatto, che i neri siano riusciti ad avere la stessa vita di coloro che per lungo tempo li hanno trattati come schiavi.
L'investitore è un razzista dell'Ohio

Poi arrivano giorni come quelli di Charlottesville, che riportano indietro i calendari fino a chiedersi se quel museo, quelle parole e tutti quei morti abbiano avuto un senso. E' un po' questo, il pensiero che corre sui media americani, che scelgono punti di vista diversi per raccontare il gesto folle di James Alex Fields, il 20enne di Maumee, Ohio, che si è schiantato su  un corteo anti-razzista durante una manifestazione sulla rimozione della statua del generale Lee, causando tre morti e almeno 35 feriti, molti dei quali in gravi condizioni. Per capirci, una sfilata di quei tizi che di tanto in tanto amano coprirsi la testa con i cappucci bianchi e ancora credono nel mito della supremazia bianca, del "white power".
Charlottesville feudo democratico 


Ma sui piccatissimi media americani, una visione comune della faccenda c'è, e finisce per infrangersi ancora una volta sulle ormai delicate vetrate della Casa Bianca: le parole di Trump, riportate da tutti i maggiori quotidiani, per qualcuno sembrano invitare alla calma, raccontando la fiaba che "Tutti, a prescindere dal colore e della religione, siamo americani", ma mentre l'FBI ha aperto un'indagine per violazione dei diritti civili e H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, definisce i fatti di Charlottesville un "atto di terrorismo", in molti se la prendono proprio con il presidente Trump, accusato di non aver condannato in maniera esplicita i fatti, preferendo rimanere sul vago, senza nominare il razzismo e l'estremismo di destra, che nella campagna elettorale ha avuto un bel peso. Ha pensato di ricordarglielo David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, che in un'intervista ha rincarato la dose rivolgendosi direttamente al presidente: "Ricorda che sono stati i bianchi a regalati la presidenza". Forse, commenta qualcuno acido, Trump ricorda ancora che a Charlottesville, cittadina universitaria liberal e aperta culturalmente, l'80% dei voti è andato a Hillary.
Slogan anti-semiti e proteste Anni '50
Analizzando le proteste di Charlottesville, è come se il tempo si fosse fermato, una specie di flash-back degli anni in cui il reverendo Marthin Luther King si batteva contro il segregazionismo, violando pubblicamente le norme razziste (ristoranti e alberghi separati, idem mezzi di trasporto, accesso alle università) e facendosi arrestare per questo. Oggi l'estrema destra Usa sfila in Virginia con lo slogan "Blood and Soil", cioè sangue e suolo, concetto preso di peso dal nazismo ortodosso, per affermare una supremazia bianca rispetto alle altre etnie. Oppure "White lives matter!", le vite dei bianchi contano. Parafrasando lo  slogan afrocamericano dopo i morti sparati dalla polizia, cioè "Black Lives Matter!". Con loro anche i nostalgici di Rossella O 'Hara e di Rhett Butler, quelli che hanno ancora nel cuore la vita agreste delle grandi proprietà (sarebbero i moderati, che ricordano trepidamente gli schiavi neri che cantano gospel mentre raccolgono il cotone), sfilano gruppi apertamente neonazisti. Slogan anti-semiti che con la storia del generale Lee non hanno alcun tipo di collegamento: "Gli ebrei non prenderanno il nostro posto", urlano i supporters delle leghe nazionalsocialiste Usa. Poi, in questo arcobaleno di sigle, anche le associazioni di arma nate dopo la Guerra Civile, che difendono la statua come simbolo di una storia comunque da rispettare. Celebrano gli anniversari delle battaglie e i generali loro "eroi". Tra loro tante signore perbene, che preparano torte e dolcetti, senza dimenticare di lasciare sulla tomba di Traveller, il cavallo preferito di Lee, le mele rosse di cui era ghiotto.
North Carolina, abbattuta statua confederata
Un video della Cnn mostra un gruppo di attivisti del fronte anti-razzista che abbatte una statua che rappresentava un ufficiale dell'esercito confederato in una città della Carolina del North. La statua cade e si deforma tra applausi, fischi di approvazione e persino una serie di calci sferrati al simulacro ritenuto da una parte di americano simbolo del razzismo. E nel fabbraio 2017 uno dei simboli turistici della città di New Orleans, in Lousiana, una statua di Lee innalzata su un'alta colonna nel 1884, è stata tolta dalle autorità cittadine per rispetto della sensibilità della comunità afro-americana. E' chiaro che sta accadendo qualcosa, nell'imo profondo della società Usa, dopo decenni d silenzio. in cui, probabilmente, semplicemente covava sotto la cenere il fuoco dell'odio e dell'intolleranza. Ma anche di un diffuso senso di frustrazione e di rabbia contro una politica immigratoria che (forse) rischia di snaturare l'essenza stessa del Paese.


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