Redenzione e violenza, un gesuita tra i narcos

| Padre Mario vive in carcere, in Messico, con i Sinaloa e Los Zetas

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La talare di padre Mario Pichec cattura l'attenzione. Lì, all'Isola Maria Madre, il carcere di massima sicurezza del Messico, tra le tremila divise color cachi dei narcotrafficanti reclusi. A 112 chilometri dalla costa del centro America, il gesuita di origini friulane ha trovato la sua comunità. In quell'isola sconosciuta all'Occidente, padre Mario ci vive nove mesi all'anno, dal 2008. E' partito per stare con i sicari più brutali e spietati dei cartelli messicani, come quelli del Sinaloa o de Los Zetas, conosciuti per la macabra abitudine di decapitare i rivali e infilare le loro teste sui bastoni.

 

Una vita da detenuto

La sua giornata, come quella di chi si è macchiato dei delitti più efferati, è scandita dagli orari della prigione. "Ogni giorno, dopo la messa delle 16, trascorro il mio tempo con i detenuti: li ascolto, leggo con loro i passi del Vangelo. Verso sera proiettiamo un film". I suoi legami con la terraferma sono affidati a una nave della marina militare. "Attracca ogni giovedì notte – spiega – Trasporta viveri, personale e, se sei fortunato, qualche visita". Padre Mario abita sull'isola con due cappellani di più di ottant'anni. Mentre i prigionieri non superano la trentina. "I reclusi provengono da cartelli della droga differenti: al di là della scogliera si ammazzerebbero, ma che all'interno del carcere sono costretti a convivere – descrive - Ogni gruppo ha un proprio rappresentante, che controlla la vita all'interno della prigione".
 


Un gesuita tra i narcos

Padre Mario non ha dubbi: "il bisogno più grande di chi è dietro le sbarre è di condividere i propri pensieri, le proprie speranze, le proprie paure. Soprattutto in un'isola in cui non ti puoi fidare di nessuno, se non di te stesso. I poteri in gioco sono troppi e un piccolo errore lo si paga con la vita". Anche lui è stato messo alla prova. "Ero lì da poco e un uomo era stato lapidato. Alcuni carcerati erano venuti a spifferare il numero di matricola dei colpevoli". "Che fare?", si è chiesto. Un passo falso sarebbe costato caro anche a lui. Forse si trattava di una prova per capire se potersi fidare o meno di "quel gesuita". Forse era uno strataggemma per incastrare il cartello di rivale. "Io ho deciso di non parlare dell'episodio con nessuno – si confessa padre Mario – In quel momento ho compreso che nel carcere io non sono la guardia, sono il sacerdote. Il mio compito è di custodire la loro vita, ascoltare gli abissi del loro animo". Lei non ha paura? "Vivo tra i criminali, ma non riesco a vederne la violenza". Nemmeno in Miguel, ventidue anni, che gli ha detto Padre, tengo ganas de matar, padre, ho voglia di uccidere.
 


"Dall'isla non partirei"

Certo, ci sono stati momenti difficili. Come nel 2010, quando l'allora presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico e ha trasformato quella che era solo una colonia penale in un carcere di massima sicurezza. "Ci fu una feroce rivolta – ricorda padre Mario - La tensione era alta e non ho potuto uscire dalla mia camera per due settimane. Mi sentivo inutile, non potevo fare nulla. Un momento intenso – ammette – Ho vissuto la stessa impotenza dei detenuti". Lui, ogni Natale, torna in Italia. "E' necessario lasciare l'isola per qualche periodo. C'è la fatica delle regole, di una vita in cui comandano le guardie. Ci sono le ispezioni e i controlli, c'è il chiedere ogni cosa, c'è il sentirsi rispondere No padre no se puede, no padre non si può. Si rischia di creare tensioni. In tutta sincerità, però, io forse dall'isla non andrei mai via".

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