Shiori ha vinto la sua battaglia

| Stuprata da un alto dirigente televisivo che ha sempre negato tutto, la giovane giornalista freelance ha vinto la causa in tribunale. Il suo caso ha dato forza al movimento #MeToo giapponese

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La vicenda di Shiori Ito tiene banco da anni nelle pagine di cronaca dei giornali giapponesi: giovane giornalista freelance in cerca di lavoro, Shiori girava senza sosta per le redazioni dei giornali offrendosi come collaboratrice, nella speranza – prima o poi – di arrivare ad un contratto verro. Era andata così anche nel 2015, quando Shiori riesce a mettersi in contatto con Noriyuki Yamaguchi, 53 anni, potente dirigente della rete televisiva “TBS News”, capo della redazione di Washington e per di più amico di vecchia data del premier Shinzo Abe.

Shiori aveva avuto il suo numero da un amico, e dopo uno scambio di sms i due si erano dati appuntamento in un ristorante nel centro per conoscersi di persona e valutare le possibilità di lavoro. Ma poco dopo la ragazza ha un malore: perde i sensi e non ricorda altro. Quando si riprende è ormai il mattino successivo: si ritrova in una camera d’albergo con accanto Yamaguchi. Non ricorda nulla, ma perdite e dolori le danno un’unica certezza: è stata violentata. Tornata a casa, Shiori aspetta qualche giorno, poi manda una email al dirigente televisivo, che nega qualsiasi violenza raccontando di essere andati in un albergo di comune accordo dopo aver bevuto un po’ troppo, dove peraltro si sarebbero addormentati poco dopo, senza che fosse successo nulla. Le telecamere di sicurezza dell’hotel raccontano una storia diversa: Shiro era priva di sensi.

La sorpresa più amara, la giovane reporter la riceve dalla polizia, dove presenta una denuncia malgrado gli agenti la sconsiglino, per non rovinare la carriera. Lei insiste, e poche settimane dopo la corte distrettuale di Tokyo respinge le accuse “per insufficienza di prove”.

Relegata al ruolo di bugiarda, additata da tutti come la solita approfittatrice disperata in cerca di denaro facile, Shiori decide di giocare una carta niente affatto semplice, specie in Giappone: raccontare la sua vicenda a tutti, perché si sappia che lei, la vittima, è quella che sta pagando il prezzo più alto, mentre lui, il suo carnefice, è libero di fare ciò che vuole, compreso approfittarsi di altre ragazze come lei.

È un attimo: Shiori Ito diventa il simbolo del movimento #MeToo giapponese, e racconta la sua vicenda decine e decine di volte in apparizioni televisive e incontri pubblici. Solo ora, a quattro anni di distanza dalla violenza subita, Shiori può dire di aver vinto la propria battaglia: poche ore fa, il tribunale distrettuale di Tokyo ha condannato Noriyuki Yamaguchi al pagamento di 3,3 milioni di yen (30mila dollari circa), come risarcimento per essersi approfittato della giovane. A breve, il tribunale comunicherà all’uomo l’entità della pena da scontare.

Nella sentenza, la corte afferma che Shiori è stata “costretta a fare sesso senza alcuna contraccezione mentre era in uno stato di incoscienza assoluta. La querelante continua a subire le conseguenze della violenza con ansia, stress pos-trauma e attacchi di panico”.

Shiori, che ha dovuto anche affrontare un fiume di accuse e di haters dopo la decisione di rendere pubblica la sua esperienza, ha appesto uno striscione con la parola “vittoria” fuori dal tribunale. 

Shiori Ito ha raccontato la sua vicenda nel libro “Black Box”, dove ricostruendo le fasi prima della violenza si è convinta di essere stata vittima della “droga dello stupro”, ma anche che si tratta di una semplice supposizione, perché, malgrado la denuncia, la polizia non ha ritenuto necessario farle fare un prelievo.

Secondo un’indagine del 2017, solo il 4% delle donne giapponesi denuncia casi di violenza. Lo stesso anno, il governo ha rivisto una legge centenaria sullo stupro, innalzando la pena detentiva minima da tre a cinque anni e ampliando la definizione di “vittime di violenza sessuale”.

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