Suicida una giovane triatleta sudcoreana

| Choi Suk-hyeon era vittima di abusi da anni: la picchiavano e la umiliavano fin quando non ha retto più. Il compitato olimpico nega, ma il caso finirà per avere conseguenze molto pesanti

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Choi Suk-hyeon aveva 22 anni e nel 2015 era stata selezionata per la nazionale di Triathlon della Corea del Sud. Era il suo sogno, raggiunto dopo grandi sforzi e un impegno costante, ma da tempo qualcosa nella sua vita non andava. Choi aveva tentato di denunciare al Comitato Olimpico Sportivo coreano le terribili umiliazioni e le violenze a cui era sottoposta quotidianamente dallo staff tecnico, ma nessuno l’aveva mai presa seriamente. Fino a ieri, quando la giovane atleta è stata trovata senza vita nel suo appartamento, morta per quello che secondo la polizia è un suicidio.

A scatenare il caso, che nel paese asiatico si trasformando in un’ondata di accuse contro l’ambiente sportivo, è la famiglia, che deciso di divulgare il diario che Choi aggiornava ogni giorno, descrivendo in ogni dettaglio le angherie a cui era sottoposta. Nelle pagine si legge spesso che “piangeva di continuo” perché era stata “picchiata come un cane” e che “preferiva morire piuttosto che continuare così”. La BBC, che ha svelato per prima il dramma della giovane atleta, ha anche diffuso delle registrazioni audio in cui si sentono distintamente alcuni dirigenti tecnici rivolgersi alla ragazza in modo sprezzante e ingiurioso.

“Choi ha disperatamente cercato aiuto rivolgendosi a numerose istituzioni pubbliche, ma tutti l’hanno ignorata”, commenta la famiglia. Il KSOC, il comitato sportivo, ha negato di aver ignorato la richiesta di aiuto, affermando che aveva consegnato il caso nelle mani di un’investigatrice subito dopo aver ricevuto la richiesta di aiuto.

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