Taiwan, dal virus passa la strada per l段ndipendenza

| Il successo dell段sola nella lotta contro il coronavirus ha rafforzato la posizione globale e l段mmagine internazionale di Taipei. E questo sta facendo infuriare Pechino

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La lotta di Taiwan al coronavirus è quello che si definisce un successo. A gennaio, l’isola autogovernata con 23 milioni di persone ha vietato i viaggi in entrata da alcune parti della Cina continentale: poco dopo, alle navi da crociera è stato vietato l’attracco e a marzo è aumentata in modo massiccio la produzione di mascherine facciali.

Secondo i dati della Johns Hopkins University, negli ultimi giorni Taiwan ha registrato 440 nuovi casi e sette decessi. In confronto, l’Australia - con una popolazione di 25 milioni di abitanti – segnala più di 7.000 infezioni e quasi 100 morti.

Una tabella di marcia che è diventata un’opportunità per Taiwan di avere voce in capitolo, dicendosi pronta a condividere le esperienze nella lotta contro Covid-19. Qualcosa si è già mosso: Stati Uniti, Giappone e Nuova Zelanda hanno già dato il loro sostegno affinché Taiwan possa unirsi all’Assemblea Mondiale della Sanità in programma la prossima settimana. Ma c’è una voce contraria e nervosa: Pechino.

La Cina considera l’isola come parte del proprio territorio, e per anni ha impedito al Paese la partecipazione a molte istituzioni globali, negando anche il diritto di intrattenere relazioni diplomatiche con i Paesi che mantengono legami ufficiali con Taiwan.

Taiwan, che non è membro dell’OMS, è entrata a far parte dell’AMS in qualità di osservatore dal 2009 al 2016, quando l’isola era governata dal Kuomintang, partito fedele a Pechino. Ma nel 2016, quando il Partito Democratico Progressivo Indipendente (DPP) si è insediato, i legami con la Cina si sono logorati e da allora Taipei non è più entrata a far parte dell’AMS. “Siamo un punto cruciale nella rete sanitaria globale - ha twittato il presidente di Taiwan Tsai Ing-wen - se potesse contare su un maggiore accesso all’OMS, Taiwan sarebbe in grado di offrire un aiuto concreto nella lotta globale contro il Covid-19”.

L’OMS sostiene che solo gli Stati membri decidono chi partecipa alle riunioni dell’AMS, e ha respinto le affermazioni secondo cui Taiwan è tagliata fuori dalle discussioni sul coronavirus, spiegando che sono in corso collaborazioni con scienziati e funzionari sanitari di Taipei. Ma visto che il virus sta offrendo al paese una rara opportunità per migliorare il proprio profilo internazionale, Pechino ha accusato Taipei di spingere per l’indipendenza e ha intensificato le esercitazioni militari in tutta l’isola. 

Mentre il numero di nuove infezioni diminuiva in Cina e aumentava all’estero, i media hanno evidenziato il successo di Pechino nella sconfitta del virus, sottolineando al tempo stesso i fallimenti di altri governi nel contenere la diffusione, in particolare gli Stati Uniti e altre democrazie occidentali.

Ma sin dall’inizio, la risposta rapida e trasparente di Taiwan - con i funzionari medici che tengono briefing quotidiani - è considerata un esempio di come le democrazie possano eccellere anche nell’arginare le epidemie. Per di più, il governo cinese ha dovuto affrontare le critiche per la gestione iniziale dell’epidemia, con le autorità accusate di aver messo a tacere gli operatori sanitari che hanno tentato di dare l’allarme sul virus, minimizzando la gravità dell’epidemia e ritardando l’ammissione della trasmissione da uomo a uomo, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Pechino ha ripetutamente negato le irregolarità, anche se perfino il sindaco di Wuhan, la città in cui il virus è stato rilevato per la prima volta, ha ammesso in un’intervista che gli avvertimenti lanciati non erano “sufficienti” e il governo non ha rivelato informazioni fondamentali sul coronavirus “in modo tempestivo”.

Per tamponare la crisi d’immagine, la Cina si è mossa per aiutare i Paesi donando dispositivi di protezione individuale e forniture mediche a 127 Paesi e quattro organizzazioni internazionali, mettendo in scena quella che è stata definita la “diplomazia della mascherina”. Purtroppo le forniture mediche cinesi difettose, provenienti da fornitori privati, hanno contribuito a fare pubblicità negativa a Pechino: i Paesi Bassi hanno ritirato 600mila mascherine “difettose” acquistate da un produttore cinese, e anche la Spagna ha avuto un problema simile con un lotto di kit di test “imprecisi” acquistati in Cina.

Nello stesso arco di tempo, gli sforzi di Taipei per aiutare i paesi colpiti dal coronavirus sono stati accolti molto meglio. Il mese scorso, il Ministero degli Esteri di Taiwan ha annunciato la donazione di 10 milioni di maschere agli Stati Uniti, all’Europa e ai suoi 15 alleati diplomatici ufficiali - per lo più piccoli Stati dei Caraibi, del Pacifico e dell’Africa - in una mossa che ha generato una notevole esposizione globale. “Quando i tempi sono difficili, i veri amici restano uniti”, ha twittato il mese scorso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, sottolineando “l’apertura e la generosità dell’isola nella battaglia contro il coronavirus un modello per il mondo intero”. Anche la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ringraziato pubblicamente Taipei, dicendo che l’Europa ha molto apprezzato il “gesto di solidarietà”.

Oltre a donare forniture mediche, Taiwan ha cercato di sviluppare partenariati bilaterali per combattere la pandemia, suscitando l’ira di Pechino. A marzo, gli Stati Uniti e Taiwan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a rafforzare ulteriormente la loro cooperazione nella lotta contro il Covid-19, compreso lo sviluppo di kit di test, vaccini, farmaci e tecnologie per il tracciamento. Un accordo simile esiste anche tra Taiwan e la Repubblica Ceca, mentre in India, i media hanno raccontato che Taiwan avrebbe proposto un canale di comunicazione regolare con Nuova Delhi per “garantire la disponibilità di risorse mediche”.

L’Ufficio affari cinesi di Taiwan ha bollato come “spregevole” la mossa, considerata un complotto politico per usare la pandemia come mezzo per raggiungere l’indipendenza”.

Oltre alla cooperazione bilaterale, Taiwan ha chiesto di poter partecipare all’assemblea annuale dell’OMS. Il 27 marzo gli Stati Uniti hanno approvato il loro sostegno alla partecipazione di Taipei nelle istituzioni internazionali, appoggiando gli sforzi per rafforzare i legami con altri Paesi, e diverse nazioni solitamente diffidenti nel trovarsi dalla parte sbagliata di Pechino, come Giappone, Canada e la Nuova Zelanda si sono espresse pubblicamente a favore della ricongiunzione di Taiwan all’AMS.

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha rimproverato la Nuova Zelanda, invitandola a “cessare immediatamente di fare dichiarazioni sbagliate su Taiwan, per evitare di danneggiare le nostre relazioni bilaterali”.

Le crescenti tensioni tra le due sponde dello Stretto hanno alimentato in Cina le richieste di un’azione militare per “reclamare” l’isola. E in effetti, nelle ultime settimane Pechino ha intensificato le esercitazioni militari intorno a Taiwan.

Sui social media e sulla stampa cinese, alcuni hanno chiesto all’Esercito di liberazione del popolo di approfittare della pandemia per invadere Taiwan, sostenendo che i tempi non potrebbero essere migliori, con gli Stati Uniti distratti dal coronavirus e la sua potenza militare nella regione molto indebolita.

Tuttavia, la maggior parte degli osservatori concordano sul fatto che non ci sarà alcuna azione ostile contro Taiwan, anche per motivi economici. Per Timothy Heath, ricercatore della RAND Corporation, la debolezza dell’economia cinese preclude qualsiasi azione di questo tipo. “La Cina ha bisogno di accedere ai mercati globali appena si saranno ripresi, ed è quindi nel loro interesse mantenere buoni legami con gli Stati Uniti e con il resto del mondo. Un attacco sconsiderato contro Taiwan non farebbe che esacerbare le tensioni con Washington aumentando il rischio di sanzioni che potenzialmente potrebbero paralizzare l’economia cinese”.

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