Tutte le polveriere del mondo

| Le proteste dilagano ovunque, costringendo i governi a fare marcia indietro su decisioni prese sulla pelle di gente che non ne può più. Letteralmente

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Difficile capire dalle immagini in quale angolo di mondo sta andando in scena quell’inferno: ovunque sono cassonetti dei rifiuti dati alle fiamme, polizia in assetto antisommossa, gente incappucciata che lancia molotov, pietre, cartelli stradali. Poi il bilancio: feriti, contusi, arresti a centinaia.

È un mondo che va a fuoco, e da est a ovest scende in piazza per protestare contro qualcosa. Ognuno ha i propri motivi, quasi mai sbagliati, e quasi sempre arrivano dopo anni di politiche sorde, che non riescono più ad avere il polso del loro popolo, distanti anni luce da chi la realtà la vive ogni giorno sulla pelle, per strada.

Sintomi preoccupanti di un malcontento che serpeggia e fa il nido ovunque, di un’epoca che un giorno forse ricorderemo come un secondo ’68.

CILE

Sebastián Piñera, il presidente cileno, è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza e “sospendere le libertà”: non accadeva dai tempi di Pinochet. Le proteste hanno messo a ferro e fuoco a Santiago, ufficialmente per l’aumento del 4% del biglietto dei mezzi pubblici, ma tanto è bastato perché centinaia di persone abbiano demolito 41 stazioni della metropolitana e dato fuoco a mezzi pubblici, saccheggiando banche e negozi al loro passaggio. I dati ufficiali parlano di 6000 agenti in campo di cui 160 feriti, 300 arresti, 3 morti e 200 milioni di dollari di danni. Per la cronaca, Piñera ha sospeso l’aumento del biglietto, ma ormai era troppo tardi.

ECUADOR

Le proteste sono esplode lo scorso 3 ottobre, come reazione alla decisione del presidente Lenín Moreno di revocare i sussidi per il carburante, in vigore dagli anni Sessanta. Dopo giorni di scontri e proteste è scattato lo stato di emergenza per due mesi, con coprifuoco per alcune zone di Quito, la capitale, e una ridda di accuse del presidente verso il suo predecessore, che il governo sospetta stia architettando un colpo di stato. Oltre 500 persone sono finite in manette, e si calcolano almeno due morti. Martedì scorso, il governo ha ufficializzato la revoca del Decreto 883.

CATALOGNA

Barcellona è sotto assedio da giorni: la dura condanna dei nove leader indipendentisti catalani è dapprima sfociata in uno sciopero generale, culminato poi in una manifestazione cittadina che si è trasformata in guerriglia urbana. A rendere incandescente quella che doveva essere una manifestazione ferma ma pacifica ci hanno pensato centinaia di giovani incappucciati, che hanno provocato gli scontri lanciando di tutto all’indirizzo della polizia, che ha risposto con fumogeni e proiettili di gomma. Una situazione che ha costretto le autorità a chiudere siti turistici come la Sagrada Famiglia, cancellare voli e annullare l’attesissima partita fra Barcellona e Real Madrid. Diverse ambasciate e ministeri, compresa la Farnesina, invitano i turisti a evitare la città “fin quando la situazione non sarà riportata alla normalità”. Una vana speranza: gli scontri si stanno espandendo anche in altre città della regione Catalana.

LIBANO

Sono scesi in migliaia in piazza a Beirut, per protestare contro una crisi economica che sta strangolando l’economia, situazione gestita malissimo da un sistema politico accusato di corruzione, attento agli interessi delle potenze straniere ma per nulla alle ristrettezze del popolo. Un’esasperazione che ha raggiunto livelli di guardia quando il ministro delle comunicazioni, in un pacchetto di nuove tasse, aveva incluso quella sul “Whatsapp”, che in Libano va per la maggiore: è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo anni di servizi pubblici sempre più precari e una svalutazione della lira che lascia poco spazio alla fantasia. Da una parte c’è una minoranza, rappresentata da 5% della popolazione, che vive da nababbo, circondato da tutto il superfluo possibile, dall’altra il restante 95, che soffre di una crisi economica senza fine.

BURKINA FASO

La situazione è incandescente: il nord del paese è in mano a gruppi jihadisti e bande armate che dettano legge a forza di bombe e sangue. Ma il resto del paese africano non se la passa meglio: le proteste sociali crescono di intensità verso il governo, che insensibile ai problemi ha di recente deciso un aumento del 12% del prezzo del carburante, scatenando le proteste delle “camicie rosse”, come sono stati ribattezzati i manifestanti, sulla scia dei “Gilet Gialli” francesi. La gente è scesa in piazza accusando il governo di abbandono: lamentano mancanza di lavoro e prospettive, miseria ed emergenze sanitarie.

TUNISIA

Fra il 2010 e l’anno successivo, la “Rivoluzione dei Gelsomini” ha portato alla caduta del regime e alla nascita di un governo di coalizione frutto delle elezioni. Ma il paese nord africano è attraversato da una profonda crisi economica e dalla presenza di gruppi estremisti.

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