Un anno di Donald

| Ritratto del 45esimo presidente americano, fin dall’inizio del suo mandato in bilico perenne fra il disastro e gli innegabili successi che quasi nessuno gli vuole attribuire

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Di Germano Longo
Per non fargli mancare niente sono tornate in piazza, come un anno fa esatto, quando Donald Trump varcava da vincitore le porte della White House. Migliaia di donne, nelle maggiori città americane, a riempire strade e piazze nella “Women’s March”, per esprimere ancora una volta tutto il loro disprezzo verso le politiche di “The Donald”. Lui ironizza, chiudendo come sempre i pensieri in un tweet: “Tempo ottimo su tutto il paese, giornata perfetta per tutte le donne in marcia: andate e celebrate i successi economici di questi primi 12 mesi, con il più basso livello di disoccupazione degli ultimi decenni”.

Nient’altro che uno delle 424 tra persone, istituzioni e luoghi insultati via social in un anno: dalla CIA all’FBI, dai partiti alla Corte Suprema, dagli odiati media ai paesi africani, definiti “cesso” del mondo. Comunque vada, il suo account “@realDonaldTrump” vanta 46,6 milioni di followers, sollazzati con una media di almeno sei cinguettii quotidiani. Un mare di messaggi telematici che in cui il “Washington Post” ha contato almeno 2.001 bufale in 12 mesi di presidenza.

Un anno, il primo della sua amministrazione, vissuto pericolosamente, sospeso fra l’idea che da un momento all’altro gli possano recapitare l’impeachment, la messa in stato d’accusa, e le infinite gaffes, i siluramenti dei collaboratori, gli accenni di scandali, le rivelazioni piccanti, le tensioni sociali e quelle nucleari, le inchieste scottanti come il “Russiagate”, le accuse di scarsa sanità mentale e i successi, perché quelli, piaccia o meno, sono innegabili.

Solo contro tutti

Dodici mesi in cui Trump ha scardinato ogni abitudine, atteggiamento e ruolo pubblico dell’America, girando le spalle a tutto quello che secondo lui non facesse l’interesse del suo grande paese, da troppo tempo succube di quelli degli altri. Per chi è dalla sua parte, la dimostrazione pratica che il “Make America Great Again” non fosse soltanto uno slogan elettorale, ma una promessa da mantenere.

L’esempio che piace di più ai suoi è il “Tax Cuts and Jobs Act”, l’imponente taglio della pressione fiscale introdotto lo scorso dicembre che secondo i suoi strateghi dovrebbe portare ad una notevole crescita economica e una drastica diminuzione della disoccupazione. Quello che invece gli rimproverano è il “Congressional Review Act”, una ruspa con cui demolire quello che doveva essere il lascito legislativo di Obama: addio alle limitazioni sulle armi, complicazioni in più per promuovere le class action e limitazioni delle protezioni sulla privacy dei cittadni. Senza dimenticare l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, dal NAFTA e dall’accordo sul nucleare con l’Iran, il “Muslim Ban” e il “Travel Ban”, più la scelta di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Manca all’appello solo il muro sul confine del Messico, ma dal suo entourage assicurano che non se ne sia affatto dimenticato: sta solo aspettando il momento giusto.

I suoi numeri

Anche quelli allergici al presidente col ciuffo ribelle qualcosa lo ammettono, seppure la stampa sia piuttosto restia a riconoscergli meriti. In un anno di amministrazione Trump, al netto delle infinite gaffes e tensioni, l’indice Dow Jones fa segnare +35%, il PIL americano è salito al 3%, la disoccupazione è scesa al 4,1% e l’arrivo di immigrati irregolari è calato del 41%.

Attraverso Nikky Haley, la sua ambasciatrice all’ONU, è riuscito a togliere il velo sulle ipocrite e spesso inutili politiche delle Nazioni Unite, e se oggi l’Isis fa un po’ meno paura è merito suo, che ne ha fiaccato le roccaforti in Sira e Iraq. Per finire, ha riaperto i lavori per le pipeline canadesi bloccate da Obama per questioni ecologiste, costringendo l’America a importare il petrolio arabo.

Le abitudini

Eccentrico lo è sempre stato, anche quando faceva il palazzinaro a New York e amava tappezzare le metropoli d’America con i grattacieli che portano il suo cognome, da tempo trasformato in brand.

Ma da quando è diventato presidente, ogni suo gesto e abitudine è finita sui giornali. La giornata di Trump inizia comoda, con la prima riunione mai prima delle 11 del mattino e l’ultima che difficilmente supera le 16. Secondo il “New York Times”, il presidente passerebbe almeno otto al giorno davanti alla televisione, alternando tweet e telefonate.

Quando non è costretto a usare l’Air Force One presidenziale, mai digerito del tutto, Trump preferisce il suo lussuoso Boeing 757-200 acquistato di seconda mano da un alto dirigente Microsoft. Sbirciando nel suo guardaroba, predilige il marchio italiano “Brioni”. Astemio, è un consumatore seriale di bibite gassate con cui accompagna pizze, hamburger e il pollo fritto della KFC.

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