Venti di guerra sull’Himalaya

| Si alza la tensione fra India e Cina per il controllo di una zona di confine mai del tutto chiarita e accettata. La scorsa notte un’escalation avrebbe portato a 17 morti, ma si teme l’inizio di una grave crisi internazionale

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Secondo notizie ancora frammentarie, almeno 20 militari dell’esercito indiano sono morti dopo un violento “faccia a faccia” con le truppe cinesi lungo il confine della regione himalayana del Ladakh.

Il grave episodio è avvenuto durante un “processo di de-escalation" in corso nella Valle di Galwan che ha al centro della disputa la zona di Aksai Chin-Ladakh, dove, secondo quanto riferito, da settimane entrambi gli eserciti stanno ammassando truppe e mezzi.

La tensione fra i due colossi asiatici, che storicamente hanno rapporti assai fragili, era iniziata con accuse reciproche di aver superato il confine. L’esercito indiano aveva confermato la morte di tre militari, ma durante la scorsa notte gli scontri si sono intensificati e 17 uomini “sono stati gravemente feriti, ed esposti a temperature sotto lo zero hanno ceduto”. Si tratta delle prime vittime militari lungo il confine dei due Paesi da oltre 40 anni.

Secondo una precedente dichiarazione dell’esercito indiano, la perdita di vite umane sarebbe avvenuta “da entrambe le parti”, ma la Cina non ha confermato e neanche specificato alcun numero di vittime.

Sarebbero in corso incontri tra i vertici militari di entrambe le parti per disinnescare la situazione. “L’India e la Cina hanno discusso attraverso i canali militari e diplomatici per riportare la calma nella zona di confine del Ladakh orientale”, ha confermato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri indiano Anurag Srivastava. Nel corso di una riunione definita produttiva, i comandanti avevano “concordato un processo di de-escalation”.

“Mentre ci attendevamo che questo si sarebbe svolto senza intoppi, le truppe cinesi hanno ripetutamente violato la linea di controllo attuale nella Valle di Galwan. Entrambe le parti hanno subito perdite che avrebbero potuto essere evitate se l’accordo fosse stato scrupolosamente rispettato da parte cinese. Dato l’approccio responsabile alla gestione delle frontiere, l’India è molto chiara sul fatto che tutte le sue attività sono sempre circoscritte all’interno del proprio territorio e ci aspettiamo lo stesso da parte della Cina. Rimaniamo fermamente convinti della necessità di mantenere la pace e la tranquillità nella zona e di riuscire ad appianare la questione attraverso il dialogo. Allo stesso tempo, siamo anche fortemente impegnati a garantire la sovranità e l’integrità territoriale dell’India”.

In una conferenza stampa, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha dichiarato che “le truppe indiane hanno gravemente violato gli accordi e per due volte hanno attraversato la linea di confine provocando e attaccando il personale cinese, che ha portato a inevitabili contatti tra le due parti. La Cina ha formalmente presentato una protesta presso il governo indiano, e ancora una volta chiediamo di gestire in modo rigoroso le truppe impegnate in prima linea, di non oltrepassare il confine e di non creare problemi o prendere iniziative unilaterali che possano complicare la situazione. Abbiamo entrambi concordato di risolvere la questione attraverso il dialogo e lo sforzo per allentare la tensione e riportare pace e tranquillità lungo la zona di confine”.

“La sovranità della regione della Valle di Galwan è sempre appartenuta alla Cina - ha commentato Zhang Shuili sul sito web del Ministero della Difesa cinese - le truppe indiane hanno violato l’impegno preso, hanno attraversato il confine per attività illegali e hanno deliberatamente lanciato attacchi provocatori, sfociando in contatti fisico tra le due parti che ha provocato vittime. Chiediamo solennemente alla parte indiana di regolare rigorosamente le sue truppe in prima linea, di fermare immediatamente tutte le violazioni e le azioni provocatorie, di puntare verso lo stesso obiettivo di pace e di intraprendere la via del dialogo e dei colloqui per risolvere le divergenze”.

“Non abbiamo avuto vittime sulla linea di confine per almeno 45 anni - ha aggiunto Happymon Jacob, professore alla Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi – e questo può essere l’episodio destinato a cambiare le carte in tavola: l’inizio della fine dei difficili rapporti fra India e Cina”.

Le tensioni nella zona dell’Himalaya, lungo uno dei confini terrestri più lunghi del mondo, sono iniziate il mese scorso, con Nuova Delhi e Pechino che da mesi si scambiano accuse reciproche di aver oltrepassato la zona che separa i due eserciti.

La zona cuscinetto si snoda tra l’Aksai Chin, controllata dai cinesi, e il resto della regione contesa del Jammu e Kashmir. Rappresenta l’unico faticoso risultato raggiunto, ma nessuna delle due parti è d’accordo su dove si trova esattamente o quanto sia lunga: tutt’ora, Aksai Chin è amministrata dalla Cina come parte dello Xinjiang, ma è anche rivendicata dal governo indiano come parte del Ladakh.

L’accumularsi delle truppe ha alzato le preoccupazioni internazionali per il potenziale rischio di uno scontro, soprattutto perché sia i media cinesi che quelli indiani hanno pubblicato appelli sciovinisti all’azione. Sia il presidente cinese Xi Jinping che il primo ministro indiano Narendra Modi hanno costruito la propria immagine pubblico facendo leva sul nazionalismo e sulla promessa di grandezza futura, e questo si traduce spesso in una retorica aggressiva. L’approccio bellicoso si è evidenziato nella copertura cinese delle manovre al confine dell’Himalaya e allo stesso modo, malgrado gli appelli di Delhi per allentare le tensioni, i principali esponenti del governo indiano hanno assunto un tono aggressivo, con il ministro degli Interni Amit Shah che all’inizio di questo mese ha tuonato: “Ogni intrusione nei confini dell’India sarà punita. Alcuni ritengono che gli Stati Uniti e Israele siano gli unici paesi capaci di vendicare ogni goccia di sangue dei loro soldati: è ora di aggiungere alla lista anche l’India”.

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