White Island, ricerche ancora ferme

| I parenti delle vittime e la popolazione locale accusa la polizia di troppa prudenza: l’isola è stata sorvolata da un drone, ma le operazioni di recupero sono ferme fino a data da destinarsi

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Non è un bel momento per le autorità neozelandesi: alla polemica sul perché la White Island fosse aperta ai turisti quando i vulcanologi avevano diramato un’allerta di sospetta attività del cratere, si aggiunge l’impossibilità di recuperare i corpi delle otto vittime che ancora mancano all’appello.

Nelle conferenze stampa che si susseguono una dopo l’altra le parole dei vertici dell’apparato di soccorso sono sempre le stesse: “Promettiamo di tornare il più presto possibile su White Island, ma al momento non è fattibile per via dell’intensa attività del vulcano. Ci sono molte domande che attendono una risposta, ma la nostra priorità in questo momento è la salute delle persone ferite”.

L’unica eccezione all’attesa carica di rabbia sono stati quattro voli effettuati da un drone sull’isola, ma la prudenza con cui la polizia si muove sta scatenando l’ira dei locali, risentiti dal mancato tentativo di salvare quante più persone fosse possibile e soprattutto dalla notizia che chi è riuscito a sopravvivere deve tutto al coraggio di alcuni piloti di elicotteri che hanno ignorato gli avvertimenti ufficiali, facendo la spola fra l’isola e la terraferma.

“Dovrebbero andare a riprenderli ora, senza perdere altro tempo - commenta Maree Heke, 47 anni, una musicista locale - e poi dovrebbero chiudere quell’isola a tutti i turisti, per sempre. La mia convinzione è che il Whakaari sia un essere vivente, un antenato che non vuole essere disturbato”. “Smettiamola di parlarne - aggiunge Ben Smith, 44 anni, un frutticoltore locale - penso che ci sia un’eccessiva prudenza da parte della polizia. È giusto tenere conto delle informazioni degli scienziati, ma anche ascoltare la gente del posto, che conosce bene il vulcano”.

Mentre le famiglie delle vittime diventano sempre più nervose, perché nessuno sa quando i corpi dei loro cari torneranno a casa, il vice commissario di polizia John Tims ha dichiarato che i suoi agenti non si fermeranno fin quando tutte le vittime non saranno recuperate.

L’identità di chi ha pagato con la vita hanno iniziato ad emergere mercoledì, poche ore dopo la tragedia: la famiglia di Gavin Dallow, di Adelaide, lo ha individuato fra i morti, mentre ritengono che il corpo di Zoe Hosking, la figliastra quindicenne con cui era in viaggio, sia ancora sull’isola.

Fra le vittime anche Julie e Jessica Richards, 47 e 20 anni, madre e figlia, entrambe passeggere della “Ovation of the Seas”. Nessuna possibilità di trovare ancora in vita gli australiani Krystal Browitt, Richard Elzer e Karla Matthews e i neozelandesi Tipene Maangi e Hayden Inman, entrambi dipendenti della “White Island Tours”. In tanti paragonano la strage del vulcano Whakaari al disastro della miniera del fiume Pike a Greymouth, nel 2010: i corpi dei 29 minatori uccisi rimasero sepolti per nove anni prima di essere riportati in superficie.

Distribuiti in sei ospedali di tutto il Paese i 30 feriti, di cui 25 in condizioni critiche e 22 che necessitano di assistenza respiratoria 24 ore su 24. Secondo il dottor Peter Watson, direttore medico delle contee di Manukau: “La natura delle ustioni è complicata dai gas e dalle sostanze chimiche respirate durante l’eruzione”.

Il livello di allarme su White Island rimane a tre (su una scala di cinque) e secondo il vulcanologo Craig Miller la pressione dei gas vulcanici è rimasta alta: “La situazione resta molto incerta”.

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