Wuhan, il volto triste di una rinascita che non c’è

| Al di là della retorica trionfalistica di Pechino, la città epicentro del Covid-19 stenta a riprendersi: negozi chiusi, poca gente per strada e la sensazione che tutto si ripeterà presto con una seconda ondata

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Milioni di persone in tutto il mondo aspettano soltanto l’annuncio che la pandemia è finita e si può tornare alla vita normale. Ma Wuhan, la città cinese da cui è partito tutto, sta mostrando che la normalità è una chimera ancora molto lontana.

Quando l’8 aprile i funzionari statali hanno allentato le restrizioni mettendo fine all’isolamento della città dopo 76 giorni, i residenti e le imprese locali hanno capito che la riapertura sarebbe stato un processo dolorosamente lento. Malgrado l’abolizione dei divieti più severi molti negozi sono ancora chiusi, i ristoranti si limitano al take-away e quando i cittadini escono indossano guanti e mascherine cercando di evitarsi a vicenda.

L’umore per le strade è molto diverso da quello delle dichiarazioni ufficiali. In una conferenza stampa dell’8 aprile, Luo Ping, funzionario di controllo dell’epidemia, ha dichiarato che alcuni settori della città sono già tornati al 100% dell’attività. E con la solita enfasi voluta da Pechino, ha parlato di “doppia vittoria”: pieno successo sull’epidemia e nuova crescita economica.

Ma anche i media sotto il contro dal governo ammettono che i piani per riportare la città al 100% della produzione entro la fine di aprile potrebbero essere “troppo ottimistici”. Negozianti e piccoli imprenditori lottano contro lo zero perenne dei profitti a fronte di affitti dai costi enormi, mentre per gli esperti la vita economica della città potrebbe impiegare mesi per riprendersi, se non di più.

“Nel breve termine, naturalmente, ci sarà una ripresa - ha detto Larry Hu, economista della Macquarie Capital Limited – si riprenderà per prima la produzione e subito dopo il consumo, perché la gente è ancora riluttante a uscire. Ma da una prospettiva che arriva a tre anni il virus continuerà a danneggiare la crescita di Wuhan”.

Praticamente da un giorno all’altro, la vita di questa metropoli da 11 milioni di abitanti si è fermata. In alcune zone la gente è stata confinata nelle abitazioni per mesi senza poter uscire, affidandosi ai servizi di consegna per la spesa e altre necessità di base. Ora che il blocco è terminato, il governo scalpita per riprendere la normale attività commerciale il più rapidamente possibile, poiché Pechino fa pressione sulle province per contribuire a dare impulso a un’economia in crisi profonda. Ma ci sono segnali che, nonostante la retorica politica, l’economia dell’intera provincia di Hubei potrebbe richiedere molto più tempo per riprendersi dallo shock. Il PIL della provincia si è ridotto di quasi il 40% su base annua nel primo trimestre del 2020, con un calo delle vendite al dettaglio di oltre il 15% nel solo mese di marzo.

Secondo Shaun Roache, capo economista di “S&P Global Ratings”, la lezione di Wuhan al resto del mondo è che un’azione rapida e tempestiva sul coronavirus ha un costo economico molto alto. “I blocchi hanno un effetto sproporzionato sulle piccole e medie imprese, perché hanno meno accesso al credito e non trovano facilmente aiuti per risollevarsi”.

“Ho aperto per due giorni – afferma un ristoratore – ma nessun cliente poteva sedersi per mangiare, perché era vietato: ho ricevuto solo due o tre ordini online. Il costo della riapertura era molto più di quanto guadagnassi ogni giorno, così ho chiuso”.

Ma la sensazione peggiore è la convinzione che sia solo una questione di tempo prima che una seconda ondata di infezioni si diffonda in città, provocando un secondo blocco dalle conseguenze mortali sull’economia. Sabato scorso, le autorità sanitarie di Wuhan hanno riferito di aver individuato 19 nuovi casi di coronavirus asintomatici.

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