Addio a Ginger Baker, il ritmo della british invasion

| Batterista dei leggendari “Cream”, appassionato di jazz e fusion, ma dotato anche di un carattere proverbialmente difficile, si è spento a 80 anni. Era considerato fra i tre migliori batteristi di sempre

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Si chiamava Peter Edward Baker, per tutti “Ginger” per via della chioma rossa che dietro alla sua batteria spiccava come un semaforo. Era uno degli ultimi grandi della “british invasion”, quel fenomeno musicale, commerciale e culturale iniziato alla metà degli anni Sessanta, quando al cospetto dell’arte nata nel Regno Unito perfino l’America abbassava il capo ammettendo la sconfitta.

Ginger era nato a Lewisham, un sobborgo di Londra da dove partiva con la sua bicicletta, una passione che a 15 abbandona senza rammarico rapito dai primi dischi jazz, un fenomeno musicale americano che per lui doveva essere la colonna sonora del paradiso. Sceglie la tromba, come “Satchmo” Armstrong, poi incontra la batteria e scopre di essere un talento naturale.

Lavora come turnista, anche se allora non si chiamavano ancora così, fino all’incontro con Eric Clapton, un altro genio della musica. Gli propone di mettere su qualcosa, e insieme aggregano il bassista Jack Bruce. Erano nati i “Cream”, che durano appena tre anni – fra il 1966 ed il 1968 – sufficienti a pubblicare altrettanti album e vendere 15 milioni di dischi, ma soprattutto per lasciare un’impronta indelebile nei solchi della storia della musica. Un supergruppo, il primo power trio della storia, che si toglie lo sfizio di rivisitare gli schemi del blues influenzando chiunque sia arrivato dopo, da Jimi Hendrix ai Queen. Poi si lasciano per via di carattere non facilmente conciliabili: secondo la leggenda, Ginger e Jack erano arrivati più volte alle mani. Si ritrovano nel 2005, sulla spinta di contratti faraonici, per quattro epici concerti alla “Royal Albert Hall” di Londra e due al “Madison Square Garden” di New York. È un successo tale spinge la produzione a progettare altre date, ma Ginger chiude le porte: “No grazie, al mio fegato ci tengo”.

Da quando il gruppo si era sciolto, Ginger Baker aveva scelto di dedicarsi alla fusion e la world music, con band che spesso duravano il tempo di un album. Nel 2016, due anni dopo la morte di Jack Bruce, Ginger Baker rivela di avere problemi di cuore che lo obbligano a sospendere ogni impegno. Per annunciare lo stop, sul suo blog usa un pizzico d’ironia e amarezza: “Questo vecchio batterista non farà più concerti. Fra tutte le cose che potevano accadermi non avrei mai pensato al mio cuore”. Pochi giorni dopo il dietrofront: “Il medico dice che mi farà tornare a suonare”. Ai problemi di cuore si erano però aggiunti quelli respiratori e un’osteroartrosi degenerativa. Dagli inizi di settembre era ricoverato in ospedale, e pochi giorni fa la famiglia aveva svelato che Ginger lottava fra la vita e la morte. Poi l’annuncio di oggi: “Ginger se n’è andato: stanotte ricordatelo nelle vostre preghiere”.

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