Il giallo infinito della morte di Tupac

| A 23 anni dall’omicidio del più celebre rapper di ogni tempo, la sua guardia del corpo racconta che è stata tutta una messa in scena. Lui stesso era stato dato per morto un anno fa: “Ho voluto dimostrare che sono in grado di farlo"

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La notte fra il 7 e l’8 settembre del 1996, il rapper Tupac e il suo produttore Suge Knight erano in auto sulle strade di Las Vegas: partiti dall’hotel MGM Grand dopo aver assistito ad un incontro di boxe di Mike Tyson, si stavano dirigendo verso il “Club 662”. Alle 23:15, fermi ad un semaforo, vengono affiancati da una Cadillac da cui partono 12 colpi di pistola: Tupac viene raggiunto da quattro proiettili. Portato d’urgenza in ospedale, viene operato più volte e indotto in coma farmacologico, ma muore nel pomeriggio del giorno successivo, a soli 25 anni.

Questa, almeno, è la versione ufficiale della fine di uno dei più grandi e influenti rapper di ogni tempo, simbolo del nuovo attivismo contro le ingiustizie che ancora oggi costellano l’esistenza degli afroamericani.

Alla morte di Tupac, su cui da sempre circolano leggende che – come spesso capita per i grandi – dicono sia ancora vivo e vegeto in altre parti del mondo, si aggiunge quella altrettanto misteriosa di Michael Nice, una delle ex guardie del corpo di Tupac. Un anno fa esatto, nel dicembre 2018, i giornali annunciano la morte improvvisa del bodyguard: stava per fare nuove rivelazioni sul caso del rapper, probabilmente qualcosa di molto scomodo e pericoloso, secondo qualcuno.

Un anno dopo, pochi giorni fa, Michael Nice è ricomparso dal nulla con un video diffuso sul suo profilo Facebook: “Mi chiamo Michael Nice. Ho finto la mia morte il 18 dicembre 2018 e sono qui, tornato dal regno dei morti per spiegare come e perché ho finto di morire. So che è uno shock per tutti coloro che mi conoscono, ma sono pronto a spiegare ogni cosa”.

E Michael Nice ricomincia da ciò che un anno fa esatto era pronto a rivelare: Tupac è vivo. Lo sa bene perché proprio lui era stato il regista della scena della morte, architettata con ogni dovizia di particolari perché nessuno avesse dubbi. Ma ora, 23 anni dopo, è giusto che il mondo sappia la verità: Tupac vivrebbe a Cuba, dove era arrivato con un piano segreto approvato da Fidel Castro in persona.

Era stato lui a studiare ogni dettaglio dell’agguato: i colpi di pistola, caricata a salve, e l’arrivo di una vera ambulanza sul luogo dell’agguato, con i paramedici che avevano constato l’arresto cardiaco di Tupac. Un trucco anche quello, con una sostanza utilizzata dagli illusionisti per rallentare al minimo il battito cardiaco. Altro trucco il corpo del rapper, che sarebbe stato sostituito con un altro prima di essere trasportato nell’obitorio in attesa che fosse preso in carico dall’impresa di pompe funebri.

Quando tutti i pezzi della sceneggiatura erano andati a posto, Michael Nice era svanito nel nulla, fino alla morte improvvisa di un anno fa: “Ho deciso di fingermi morto per dimostrare che sono realmente in grado di organizzare ogni cosa nei minimi dettagli, e anche perché se non l’avessi fatto mi avrebbero quasi certamente ucciso: avevo ricevuto numerose minacce di morte. Per tutto questo tempo ho tenuto un profilo basso per poter arrivare un giorno a raccontare tutta la verità”.

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