La leggenda di Breakfast in America

| Quarant’anni fa esce uno degli album che ha segnato il passaggio fra gli Settanta e gli Ottanta. Un capolavoro dei Supertramp, gruppo che sapeva creare successi mondiale malgrado non andassero d’accordo

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Nell’agosto del 1969, Rick Davies, un musicista inglese folgorato dalla batteria di Gene Krupa quand’era un bambino, pubblica un annuncio su “Melody Maker”: vuole formare una band prog. Risponde Roger Hodgson, polistrumentista che convince tutti per le sue indubbie qualità artistiche. I due sono entrambi inglesi, il primo nato a Swindon nel 1944, il secondo a Portsmouth nel 1950, ma profondamente diversi: Davies ha origini umili, cresciuto in una famiglia con la mamma parrucchiera e il padre morto quando lui era ancora un bambino. Hodgson, al contrario, cresce ad Oxford in una famiglia agiata, studia nei migliori college e quando si affaccia nel mondo della musica lo fa al fianco di Elton John. Sono i vagiti dei “Supertramp”, un gruppo che inizialmente si affaccia sulla scena “progressive” inglese, per poi spostarsi verso l’art-rock. I due non vanno d’accordo, faticano a trovare un’intesa musicale per gusti estremamente differenti e spesso finiscono per litigare, ma per quelle strane magie che solo la musica sa regalare, quando compongono filano che è una meraviglia. Nel 1972 finiscono per litigare addirittura per un acido: è la scintilla che li allontana sempre di più. Compongono a distanza e si ritrovano solo quando è ora di incidere.

Succede anche nella primavera del 1978, quando per questioni di contratto sono costretti a darsi appuntamento al “Village Recorder” di Los Angeles. Fra screzi, malumori e minacce sta nascendo un vero capolavoro destinato a entrare nella galleria della musica: “Breakfast in America”.

Viene pubblicato il 29 marzo del 1979 ed è il sesto album dei Supertramp, quello che sancisce la fine del periodo prog verso una musicalità più morbida, sospesa fra rock, pop e disco. Non lo sa ancora nessuno, ma quello è destinato a diventare l’album di maggior successo della band, con oltre quattro milioni di album venduti nei soli Stati Uniti e impreziosito da quattro singoli che svettano nelle classifiche di tutto il mondo: “The Logical Song”, “Goodbye Stranger”, “Take the Long Way Home” e “Breakfast in America”. La cifra stilistica, oltre alle voci, sono il piano “Wurlitzer” e il sax di John Hellywell.

In realtà, la critica accoglie in modo freddo il cambio di rotta della band inglese, etichettando Breakfast in America come una sorta di presa in giro della “american way of life”. Loro non smentiscono e neanche confermano, si limitano a dichiarare che realizzarlo è stato un piacere immenso e un giocoso divertimento.

A completare una quadro musicale perfettamente bilanciato ed efficace come non mai arriva la copertina dell’album, realizzata da Mike Dowd. L’attrice americana Kate Murtagh viene scritturata per impersonare la cameriera di un fast-food che imitando la posa della statua della Libertà, lascia intravedere una skyline newyorkese formata da un set di stoviglie per la prima colazione. La scena sembra ripresa dal finestrino di un aereo.

La cover dell’album fu al centro di una teoria del complotto legata all’attentato delle Twin Tower dell’11 settembre 2001. Guardando l’immagine allo specchio, le lettere “UP” del logo Supertramp sembrano indicare “9/11”, mentre la parte superiore del bicchiere di succo d’arancia rappresenterebbe la palla di fuoco lasciata dagli aerei dirottati dai terroristi.

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