Robert Johnson, il bluesman che vende l’anima al diavolo

| A un incrocio del Mississippi sembra sia stato Satana a insegnare a un musicista nero l’arte di suonare la chitarra. Il ragazzo divenne famoso ma il patto diabolico lo fece forse morire a soli 27 anni, avvelenato da un marito geloso

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Di Marco Belletti
Nel folclore e nella mitologia popolare, gli incroci hanno delle caratteristiche particolari, in quanto sono il luogo dove mondi differenti possono venire a contatto e quindi è più facile che spiriti ed esseri soprannaturali possano invadere la nostra dimensione e provocare fenomeni paranormali. A volte questi incroci sono un intrigante non luogo, né di qui né di là, e assumono caratteristiche magiche.

Tra le credenze della cosiddetta cultura occidentale, il crocevia è il luogo dove si può evocare un demone con il quale stipulare un patto soprannaturale. Per esempio, nel “Faust” il demone Mefistofele viene richiamato a un bivio.

Nel ventesimo secolo uno dei canali di comunicazione più potenti nell’impressionare chi ascolta è senza dubbio la musica, soprattutto quella che racconta le storie del popolo, le sue paranoie e paure, le sue speranze. Il blues statunitense, nato per raccontare la vita degli schiavi e dei neri vessati dai bianchi, ha molti esempi di evocazione dei demoni, come per esempio “Cross Road Blues” composta nel 1936: uno dei più grandi capolavori del genere musicale.

Il suo creatore si chiama Robert Leroy Johnson, nasce l’8 maggio 1911 in una località non meglio precisata del Mississippi ed è figlio di una relazione extraconiugale della madre. Il padre forse è un giovane assoldato per la raccolta del cotone, che non lascia traccia nella vita del ragazzo. Robert cresce con 10 fratellastri e si appassiona presto alla musica, imparando a suonare l’armonica prima e la chitarra poi, con la quale accompagna al lavoro i tanti braccianti neri.

Nel giro di qualche anno inizia a esibirsi con alcuni veri bluesman che tuttavia non apprezzano il suo stile. Uno di loro, Eddie James House lo definisce incapace e una volta racconta a un giornalista che “Robert imbraccia la chitarra e inizia a strimpellare solo per fare rumore, e alla gente non piace”. Sembra che durante le esibizioni il pubblico manifesti il suo disappunto urlandogli di smetterla. Ma Robert non demorde, è giovane e pensa che può farcela a diventare un vero bluesman, il sogno della sua vita.

A 18 anni conosce una ragazza di 15 e se ne innamora, tanto che la sposa nel giro di poco. Virginia Travis è una giovane semplice e nonostante l’età sembra essere in grado di guidare il marito verso una vita tranquilla e lontana da quei sogni che ormai sembrano irrealizzabili. Ma nel giro di un anno si consuma la tragedia: Virginia muore durante il suo primo travaglio e Robert perde la ragione, tanto da scomparire per mesi senza che di lui si sappia più nulla.

Con questo dramma termina la storia di un ragazzo come tanti che amava la musica senza riuscire a raggiungere l’agognato successo, e comincia la leggenda dell’uomo che ha venduto l’anima al diavolo in cambio della maestria con la chitarra.

Vicino a Clarcksdale – città del Mississippi dove si ritiene sia nata la musica blues – la “Route 61” che collega New Orleans con il Minnesota incrocia la “Route 49”, una delle strade più importanti degli Stati Uniti, che va da Piggott, in Arkansas, a Gulfport, nel Mississippi. L’incrocio (o crossroad, in inglese) tra le due Route è diventato uno dei più famosi nella storia della musica, e non solo, proprio a causa di Robert Johnson.

Infatti sembra che una notte tra la fine del 1930 e l’inizio del 1931 il giovane disperato stesse strimpellando la sua chitarra proprio a quell’incrocio, quando passa da quelle parti Ike Zinnermann (o Zimmermann) un ottimo chitarrista che la notte si reca a suonare nel locale cimitero per non disturbare la moglie e i figli. A questo punto il mito oscura la storia e a fronte della dichiarazione dello stesso Ike di avere dato qualche lezione allo scoraggiato ragazzo, fanno da contraltare le numerose affermazioni di Robert, a volte discordanti, che giurerà in seguito – una volta divenuto famoso – che quell’uomo vestito di nero era il diavolo in persona.

Diavolo che, vistolo seduto con la chitarra, gliela toglie di mano, la accorda, suona qualche canzone e poi rende lo strumento a Robert. Che da quel momento suona da dio.

Certamente la depressione per la morte di moglie e figlia ha sconvolto la mente di Robert, tanto che racconta versioni molto diverse di questa storia a chi gliela chiede. Una volta l’incrocio è vicino alla piantagione Dockery dove lavorava da ragazzo, altre in una dozzina di luoghi diversi, ma almeno il finale è sempre uguale: grazie al patto con questo diavolo vestito di nero il brutto anatroccolo del blues diventa una stella di prima grandezza nel firmamento musicale dell’epoca.

Ad alimentare la leggenda secondo cui Johnson abbia firmato davvero un patto con Satana, sono numerose testimonianze che lo definiscono diverso dopo la notte passata al “Devil’s Crossroad”, come ormai si chiama quell’incrocio. Secondo alcuni ha uno sguardo più cattivo, come se fosse posseduto. Per altri il suo modo di suonare è cambiato in modo radicale: Robert è diventato un maestro dalla tecnica inimitabile, raggiunta a fatica da pochi musicisti dopo anni di studi e di fatica, non in seguito ad alcune settimane di sbronze per dimenticare. Per altri ancora i testi delle sue canzoni sono diventati inquietanti, onirici, angosciosi e misteriosi: tutti danno la colpa all’incontro notturno con il diavolo.

Per avere la conferma che forse Robert abbia davvero firmato un patto con Satana non bisogna attendere molto: il 16 agosto 1938, a ventisette anni, Johnson muore in un locale appena dopo aver terminato di suonare in una serata. Anche la sua morte è avvolta nel mistero, in quanto per alcuni muore in ginocchio abbaiando come un cane, per altri colpito da un malocchio voodoo o da magia nera. Ma forse il motivo è molto più semplice e banale. 

In quel periodo Johnson ha una relazione con Beatrice Davis, un donna sposata a un certo Ralph che, scoperta la tresca, offre all’amante della moglie una bottiglia di whisky in cui ha sciolto della naftalina. Sembra che l’intenzione dell’uomo non fosse quella di uccidere il bluesman ma di dargli una bella lezione. Purtroppo, a causa probabilmente di un’ulcera che la naftalina infiamma, le condizioni di Robert sono subito gravi, peggiorano rapidamente e l’uomo muore tra atroci dolori nel giro di tre giorni, forse per un’emorragia interna.

Solamente 30 anni dopo la critica musicale Gayle Dean Wardlow trova il certificato di morte di Johnson, su cui sono riportate data e luogo ma non la causa del decesso. Nessuna autopsia – del resto sono gli anni Trenta e Robert è di colore – e nessuna indagine per chiarire i motivi della morte. Su un foglio allegato al certificato si parla di sifilide, ma sembra che si tratti di un pettegolezzo più che di una realtà.

Robert Johnson lascia in eredità solo una trentina di canzoni registrate tra novembre 1936 e giugno 1937, alcune delle quali considerate autentici capolavori, come “Sweet Home Chicago” – che diventa famosa grazie ai Blues Brothers una quarantina d’anni dopo – la già citata “Cross Road Blues”, e “Me and the Devil Blues” le cui parole affermano: “Quando hai bussato alla mia porta, io ho detto ciao Satana, credo che sia il momento di andare”.

In tempi più recenti Jim Morrison, Janis Joplin e Kurt Cobain hanno definito Robert Johnson un punto di riferimento per la loro musica: non poteva essere diversamente visto che, come loro, anche il bluesman che ha venduto l’anima al diavolo fa parte del “Club 27”, composto da artisti dannati morti tutti alla stessa età. Anzi, Robert è stato il primo.

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