Eutanasia, l'ora dei depressi 'suicidati'

| Il caso di Noa, la 17enne, morta suicida in Olanda, depressa per le violenze subite nell'infanzia non è il solo. In Italia Lucio Magri andò in Svizzera per morire. E a marzo una 47enne catanese ha fatto la stesso. Ma c'è un'inchiesta

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ALBERTO C. FERRO

Una delle cose che si crede di sapere sull’eutanasia è che, nei Paesi dove è consentita, sia concessa solo per malati terminali, persone cioè in grado di dimostrare che le patologie di cui soffrono hanno un percorso irreversibile e soprattutto doloroso o non in grado di assicurare un minimo di vita dignitosa. Ma ora è scattata anche l’ora dei depressi aspiranti suicidi, pur in mancanza di malattie organiche gravi, che vengono autorizzati a morire con il suicidio assistito o attivo, laddove è consentito. In Italia, uno dei primi casi conosciuto fu quello di Lucio Magri, nel 2010, oggi ha provocato uno choc mondiale quello di una  ragazza di 17 anni che fu violentata da bambina e che ha messo fine alla sua vita attraverso un "suicidio assistito" da medici e genitori, nei Paesi Bassi consentito ma. in questo caso, non autorizzato ma gestito direttamente dalla famiglia con un teram di medici. Infine la storia recente di una 47enne catanese, solo depressa, che è andata a morire nella “casa blu” svizzera, come Magri.

IL CASO DI NOA

Noa Pothoven di Arnhem, una città nella parte orientale del paese, è morta nel suo letto, in casa, con l'assistenza di una clinica di fine vita la domenica. L'adolescente era stata aggredita e molestata sessualmente in diverse occasioni, la prima quando aveva 11 anni. Successivamente, ha sofferto di disturbi post traumatici da stress, depressione e anoressia. Scrivendo della sua decisione di porre fine alla sua vita su un social media la scorsa settimana, ha detto: "Ho deciso per un bel po' di tempo se condividere o meno questo, ma ho deciso di farlo comunque. Forse questa è una sorpresa per alcuni, visti i miei post sul ricovero in ospedale, ma il mio piano è stato lì per molto tempo e non è impulsivo. Arriverò subito al punto: entro un massimo di 10 giorni morirò. Dopo anni di battaglie e combattimenti, sono esaurita. Ho smesso di mangiare e bere da un po' di tempo e, dopo molte discussioni e valutazioni, si è deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile". Dopo che a dicembre si è avvicinata ad una clinica di eutanasia senza che i suoi genitori ne fossero a conoscenza, hanno detto al giornale Gelderlander mentre stavano seguendo le cure mediche per la loro figlia, . Hanno saputo dei suoi piani quando sua madre ha trovato delle lettere alla famiglia in una cartella nella sua camera da letto. Negli ultimi anni è stata ricoverata in tre strutture di assistenza giovanile in ripetuti sforzi per curare l'anoressia e la depressione. Alla fine ha dovuto sottoporsi per un anno alla somministrazione di tubi in un ospedale.

Nei Paesi Bassi i bambini fino a 12 anni possono essere legalmente ammessi all'eutanasia, ma solo dopo che un medico ha concluso che la sofferenza della paziente è insopportabile e senza fine in vista.  Nel caso di Moa è accaduto che la famiglia, dopo la mancata autorizzazione delle strutture statali, ha gestito il suicidio in modo autonomi, con un team di medici che hanno alleviato le sofferenze di Noa priva di cibo e e acqua. Nel 2017, 6.585 persone hanno scelto di porre fine alla loro vita attraverso l'eutanasia nel paese, che rappresenta circa il 4,4% del numero totale dei decessi registrati. Tutti i casi sono rigorosamente monitorati dal Regional Euthanasia Review Committee.

LUCIO MAGRI: “GRAZIE DI TUTTO”

“Ho deciso, vado in Svizzera, il mio tempo è passato, non ho più niente da rivendicare, grazie di tutto…”. Lucio Magri, giornalista, intellettuale, fondatore del Manifesto, scelse di morire col suicidio assistito in una clinica svizzera, la “Casa Blu” per sfuggire a una profonda depressione causata (anche) dalla morte della moglie Mara, stroncata tre anni prima da un tumore. Disse: “E’ morta Mara, per me è una perdita irreparabile. Volevo morire con lei ma lei mi ha chiesto di non farlo, mi ha detto che dovevo finire il mio libro… Ecco adesso il libro è finito, ha avuto anche un buon successo. Adesso sono arrivato al termine”.

Soffriva di una “depressione incurabile”, accertarono i medici.  Scelse “La casa blu” alla periferia di Pfafficon, venti chilometri da Zurigo, con le finestre che si affacciano su un lago e su boschi di pini argentati. Quindici grammi di pentobarbital di sodio sciolto in 60 centilitri di acqua, preceduto da un farmaco anti-emetico, poi sonno, coma e morte. Costo circa 7 mila euro, cremazione e spedizione dell’urna compresa.

DEPRESSA SUICIDA, INDAGINE DEI PM

La Procura di Catania indaga sull’annullamento dei sequestro dei beni di una 47enne catanese che il 27 marzo ha fatto ricorso all’eutanasia in una clinica in Svizzera, di nuovo “La Casa Blu” di Pfaffen. Soffriva di una grave forma di depressione,  che non le impediva di avere una vita sociale ricca e interessante. Emblematico il ricordo di un’amica che la incontrò in aeroporto a Catania, duegiorni prima del suicidio. “Ciao! Come va? Sei in vacanza?, dove vai di bello?”. Lei replicò in modo vago. E quella fu l’ultima volta che la vide. Solo in questi giorni dalla Svizzera è arrivata l’urna cineraria ai familiari, dopo mesi attesa e il dolore causato da un sì troppo rapido alla richiesta di morire della congiunta che ha pure lasciato i suoi avere all’associazione di Zurigo. Hanno inviato un esposto in procura in cui è scritto “dai primi elementi di indagine appare assai dubbia la sussistenza dei requisiti richiesti per il suicidio legalmente assistito praticato anche per l’ordinamento svizzero, ossia ‘patologia incurabile, handicap intollerabile o dolori insopportabili, debitamente certificati’ alla luce della certificazione medica rilasciata alla donna e delle patologie alla stessa diagnosticate”.  Per la legislazione Elvetica considera reato il “fine egoistico, come quello finalizzato ad appropriarsi dei beni materiali di chi viene istigato o aiutato al suicidio”.

Si vuole chiarire la “qualità di socia” della donna dell’associazione svizzera che ha praticato l’eutanasia alla quale ha pagato 7.000 franchi, circa 6.200 euro, per assisterla nel suicidio.  Poi: “Si era iscritta ad una associazione italiana che si occupa di pratiche finalizzate alla cosiddetta ‘morte dignitosa’ con la quale sembra abbia avuto contatti telefonici, il cui ruolo di eventuale rafforzamento del proposito suicida è ancora da valutare in tutti i suoi aspetti”.

E’ facile prevedere che l’inchiesta rischia di chiudersi con un nulla di fatto. I legali svizzeri dimostreranno agevolmente, con carte e testi, che la 47enne era perfettamente in grado di intendere e di volere quando ha deciso di morire e di donare i suoi beni a chi l’ha aiutata nel suo proposito. La strada è aperta. Quanti altri casi ci saranno nel prossimo futuro? Di sicuro, molti.

 
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