Strage di Bologna, la verità è ancora lontana

| L'ex Nar Paolo Bellini, prosciolto nel '92, forse era nella stazione. Il frammento di un film lo inquadrerebbe nell'atrio dopo lo scoppio. Il ruolo di Gilberto Cavallini. Esumato il corpo della vittima più vicina all'esplosione

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MASSIMO NUMA

La mattina del 2 agosto 1980, pochi istanti dopo l’esplosione di un potente ordigno, alla stazione di Bologna, un turista tedesco filmò i primi istanti in Super 8. Inquadrature approssimative, colori ormai svaporati, ma in quei pochi frammenti di immagini, quasi quarant’anni dopo, potrebbe essere la prova mancante della strage costata la vita a 85 persone innocenti. I fotogrammi avrebbero ripreso un uomo con i baffi molto somigliante a Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, l’organizzazione neofascista e golpista fondata da Stefano Delle Chiaie che avrebbe fornito la logistica alla banda Fioravanti. Stesso tagli di capelli, i baffi, i lineamenti simili. La somiglianza è impressionante, ma non basta a farne una prova: la Procura Generale di Bologna aveva comunque deciso di approfondire chiedendo la revoca del proscioglimento per Bellini, risalente al 1992, e avviare un nuovo riconoscimento antropometrico, con le tecniche più avanzate. Il provvedimento è ora esecutivo, e Bellini è l’ultimo indagato per la strage di Bologna.

ANCORA TROPPE OMBRE

Non è l’unica prova nuova che si aggiunge alla storia infinita della strage alla stazione di Bologna, fra le novità ci sarebbe anche un’intercettazione telefonica risalente al 1996, in cui Carlo Maria Maggi, uno dei capi di Ordine Nuovo, condannato all’ergastolo come mandante delle stragi del 1969 a piazza Fontana e di piazza della Loggia, a Brescia (1979) e morto lo scorso dicembre, avrebbe confidato ad un familiare che la mattanza di Bologna fu opera della banda Fioravanti e che all’attentato avrebbe partecipato un “aviere”, a cui era spettato il compito di trasportare la bomba. L’aviere era il soprannome di Paolo Bellini, appassionato di volo con tanto di brevetto. Per finire con il terzo passaggio di questa nuova costola della vicenda, racchiusa nei documenti della “trattativa Stato-Mafia” in cui emergerebbero gli stretti rapporti tra Bellini e Sergio Picciafuoco, criminale comune con condanne per furto e ricettazione, assolto nel 1997 dal coinvolgimento nella strage di Bologna, ma anch’egli presente alla stazione il 2 agosto del 1980, finito addirittura nell’elenco dei feriti.

IL RUOLO DI CAVALLINI

Per la strage di Bologna sono stati condannati, con sentenza passata in giudicato, Giusta Fioravanti, la sua compagna Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni di carcere per il ruolo di complice ma non di esecutore dell’attentato. L’11 aprile 2007, la seconda sezione penale della Suprema Corte aveva confermato la sentenza della sezione minori della Corte d’appello di Bologna e la relativa condanna a 30 anni di reclusione per la strage di Bologna. Dal 23 marzo del 2009 Ciavardini è in stato di semilibertà. Dopo il nome di Gilberto Cavallini, 66enne, veneto, ex terrorista dei Nar, pluri-assassino e killer del giudice Amato, il nome di Paolo Bellini sarebbe utile a chiudere il cerchio sul nucleo di attentatori e complici della strage. Nel corso delle indagini furono scoperti, scrive la Cassazione, “indizi univoci e concordanti” sulla sua partecipazione alla fase esecutiva dell’attentato. Cavallini si è dichiarato innocente.Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, un ordigno a base di un esplosivo militare T4 e tritolo esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Distrutte le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici della Ristorazione Cigar e 30 metri di pensilina, investendo anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. Ci furono 85 morti e oltre 200 feriti. L’esplosivo pesava tra i 20 e i 25 chili, era contenuto in una valigia e fu innescato pochi minuti prima dello scoppio. 

IL MISTERO DEL NUMERO TELEFONICO 342111

In una delle sue agende sequestrate nel corso dei decenni, il 12 settembre 1983, compare un numero di telefono, 342111 seguito dai numeri 2491. Forse un centralino e di un numero interno. Non dovrebbe essere così difficile accertare se quel numero apparteneva, negli Anni ’80, a un ufficio statale, in particolare una linea che collegava un ufficio locale a Forte Braschi, dove c’erano le sedi dell’Intelligence. Il numero 342111, accertarono i carabinieri, è “linea prova e lavoro Sip – Mi -(Riservato)”, attiva dal 15 novembre 1975. A Milano l’area coperta dalle prime tre cifre comprendeva anche via Mantegna. Nel 1998, fu scoperto che una dipendente della Sip, L. P. aveva lavorato in una sottostazione Sip di via Mantegna, addetta a un ufficio Nato legata in qualche modo ad Adalberto T., operatore dell’ufficio “Anello”, che supervisionava in allora le attività più segrete e riservate di natura militare. Se così fosse, perché il presunto quarto uomo della strage di Bologna, aveva rubricato proprio quel numero? L’unico che può dare una spiegazione, magari rassicurante, è appunto Cavallini, visto che Sip, ora Telecom, non ha mai dato una risposta vera e credibile.

ESUMAZIONE DI UNA VITTIMA

La Corte d'Assise di Bologna ha inoltre disposto un esame del dna sui resti attribuiti a Maria Fresu, una delle 85 persone morte nell'attentato del 2 agosto 1980 e madre della vittima più piccola, Angela, tre anni. La perizia è stata chiesta dagli avvocati Gabriele Bordoni e Alessandro Pellegrini, difensori dell'ex Nar Gilberto Cavallini, imputato per concorso nella strage, motivandola con quanto osservato dopo la riesumazione, il 25 marzo, dei resti attribuiti alla donna dal cimitero di Montespertoli (Firenze), nell'ambito dell'esame esplosivistico. Il nuovo accertamento sarà affidato al perito Elena Pilli, esperta del Ris di Roma.La verità è ancora lontana. Maria Fresu era la persona più vicina alla bomba, da qui la necessità della riesumazione della salma di Maria, all’epoca 23enne. I pochi resti della povera ragazza furono ritrovati tempo dopo sotto a un convoglio. Come confermato anche dal fratello Bellino Fresu, furono necessari gli accertamenti su materiale genetico. “Ora mia sorella è nel cimitero di Montespertoli - ha detto Bellino Fresu. - se c’è bisogno di una riesumazione per arrivare alla verità che la si faccia”.

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