Fuochi di rivolta, sanzioni e dimissioni

| Le tensioni dopo la firma dell’Autonomy Act su Hong Kong da parte di Trump, le dimissioni del premier tunisino e la crisi del governo, contestazioni e manifestazioni contro Putin in Russia: un luglio caldo per la politica internazionale

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Di Marco Belletti
I tre giorni di metà luglio sono stati particolarmente attivi per la politica internazionale, con alcuni importanti eventi che hanno coinvolto le maggiori potenze mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia – oltre a un Paese che ricopre un ruolo chiave nella pacificazione dell’Africa settentrionale e nella gestione dei flussi migratori: la Tunisia.

Risale al 14 luglio la firma da parte di Donald Trump dell’Hong Kong Autonomy Act, la legge approvata dal Congresso che conferirà al presidente statunitense la possibilità di imporre sanzioni contro persone fisiche e istituzioni finanziarie che abbiano un ruolo materiale nella violazione dell’autonomia di Hong Kong. L’atto è stato siglato in concomitanza all’approvazione dell’ordine esecutivo con cui la Casa Bianca ha sancito il termine dello status economico speciale concesso fino ad ora alla regione autonoma, che di fatto impone alla città lo stesso regime commerciale che gli Stati Uniti applicano alla Cina. In pratica, sono annullati i vantaggi concessi come esenzioni tariffarie, regole di ingresso negli Stati Uniti, esportazione di tecnologie sensibili.

Non sono ancora evidenti gli impatti che avranno l’Hong Kong Autonomy Act e il cambio di regime economico, per scoprirlo occorre attendere la messa in pratica delle disposizioni che dovrebbe avere luogo nel corso del 2021, sulla base della discrezionalità concessa al presidente nell’imporre le sanzioni. Questi provvedimenti dovrebbero avere – secondo il Centro Studi Internazionale – ricadute soprattutto economiche anche se la decisione di Trump si inserisce necessariamente nel più ampio confronto tra gli Stati Uniti e Cina, il cui governo ha reagito duramente a questo annuncio, definendo la presa di posizione degli Stati Uniti un’intromissione nei propri affari interni.

In realtà non è così chiaro se questi passi possano portare vantaggi o svantaggi: la messa in atto delle disposizioni potrebbe contribuire ad un’ulteriore inasprimento dei rapporti tra e a un incremento delle tensioni tra USA e Cina. Nello stesso tempo, tuttavia, l’indebolimento dei rapporti con Hong Kong potrebbe dare vita a un nuovo canale di negoziazione per instaurare un rapporto con il governo di Pechino.

Il 15 luglio invece le dimissioni del primo ministro Elyes Fakhfakh hanno aperto la crisi politica in Tunisia, dopo un lungo braccio di ferro con il partito islamista Ennahda, principale forza politica su cui si reggeva il governo.

Le tensioni all’interno del governo erano aumentate nelle ultime settimane e il premier è stato ripetutamente e pubblicamente invitato a dimettersi per presunte accuse di corruzione e conflitto d’interessi. Ennahda, il partito liberista Qalb Tounes e altri deputati indipendenti hanno presentato mercoledì 15 luglio una mozione di sfiducia firmata da 105 deputati, praticamente quasi la maggioranza assoluta per cui Fakhfakh non ha potuto fare altro dimettersi. Questa scelta dà al presidente tunisino Kais Saied il compito di incaricare un nuovo premier, impedendo al partito Ennahda di fase proposte.

Secondo il Centro Studi Internazionale, il comportamento di Ennhada tende a ricreare la coalizione che ha sostenuto la Tunisia negli ultimi 5 anni, con l’obiettivo di annettere nella maggioranza di governo i liberisti di Qalb Tounes e allontanare i democratici progressisti. Oltre a questo obiettivo primario, Ennahda ne ha in realtà altri. Infatti, la sua condotta dimostra il desiderio di collaborare nel nuovo esecutivo per evitare paralizzanti crisi politiche, e al tempo stesso contrastare le accuse che riceve, di non essere così moderato come affermato dalla sua agenda politica.

Il centro di Mosca è stato protagonista il 16 luglio di un duro intervento della polizia per far sgomberare gli oltre mille manifestanti scesi in piazza a protestare contro la riforma costituzionale approvata dalla Duma e promossa dal referendum popolare del 2 luglio. I contestatori sollevavano dubbi sulla regolarità delle operazioni di voto e spoglio e tra di loro è stato arrestato Yulia Galyamina, membro del consiglio municipale di Mosca e tra i più importanti oppositori del presidente Putin. I manifestanti chiedevano inoltre riforme liberali condannando l’attuale sistema di potere accusando Putin di nepotismo, corruzione e repressione del dissenso. Inoltre, la riforma costituzionale contestata azzera il conteggio dei mandati presidenziali ricoperti finora da Putin che può così ricandidarsi e restare al potere fino al 2036.

Questo succedeva a Mosca, nello stesso giorno anche la città Chabarovsk – all’estremità orientale della nazione – è stata protagonista di manifestazioni popolari contro il governo, provocate dall’arresto del governatore della regione Sergei Furgal (del partito Liberal-Democratico) accusato di essere il mandante degli omicidi di alcuni imprenditori tra il 2004 e il 2005. Secondo i sostenitori del governatore, le accuse sono politicizzate in quanto Furgal è stato un amministratore che si è sempre contraddistinto per attività contro la corruzione e per le sue posizioni lontane dal governo centrale.

Le manifestazioni di Mosca e Chabarovsk sono lo specchio della situazione russa: negli ultimi mesi sono cresciuti gli arresti di attivisti, giornalisti e politici russi di opposizione, parallelamente al procedere dell’iter approvativo della riforma costituzionale. Inoltre, afferma il Centro Studi Internazionale, l’opposizione al governo spinge sul dissenso non solo adducendo ragioni politiche, ma anche economiche, per la congiuntura negativa vissuta dalla nazione, e sanitarie, per le ambiguità nella gestione della crisi pandemica. Secondo gli ultimi dati, l’economia russa sta subendo una contrazione del 10 per cento rispetto all’anno precedente con i casi di Covid-19 sono ormai quasi 780 mila con (ufficialmente) oltre 12 mila morti.

Per far assimilare con più facilità e meno contrasti sociali la riforma costituzionale, in essa è stato inserito un emendamento che introduce il salario minimo e l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione: nonostante ciò il fronte di opposizione a Putin continua a crescere e la sua eventuale decisione di ricandidarsi e restare così al potere fino al 2036 potrebbe acuire ulteriormente l’insofferenza del popolo generando nuove manifestazioni di protesta, anche minacciando la stabilità politica ed economica del Paese.

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