Taiwan, Russia e Sudan: tre elezioni diverse

| Nella nazione asiatica i democratici al potere subiscono l’attacco populista pro-Cina degli sfidanti. A Mosca i raduni contro il governo sono sempre più evidenti. In Sudan l’equilibrio di chi è al comando è quanto mai precario

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Di Marco Belletti
Geopolitical Weekly – newsletter del Centro Studi Internazionali, istituto italiano di analisi della politica estera – ha recentemente dato spazio a tre notizie su elezioni in corso, in arrivo o decise a tavolino in tre nazioni molto distanti e diverse tra loro sotto ogni punto di vista: Taiwan, Russia e Sudan.

Risale a lunedì 15 luglio la notizia che Han Kuo-yu ha vinto le primarie del Kuomintang, il partito nazionalista di Taiwan. Sarà quindi lui a sfidare alle elezioni di gennaio 2020 per la presidenza dell’isola, la leader del partito democratico progressista, Tsai Ing-Wen.

Dopo essere stato eletto nel 2018 sindaco di Kaohsiung – sconfiggendo i democratici al governo della città da lungo tempo – Han ha aumentato rapidamente il consenso intorno a lui: populista e acerrimo oppositore di Tsai Ing-Wen, ha conquistato gli elettori con uno stile paragonabile alla retorica di Trump. Già entrato in clima elettorale, spinge per il rilancio economico grazie a un’apertura verso Pechino, promettendo di ristabilire rapporti con il governo cinese e ribaltando la politica estera democratica ora in vigore a Taiwan. Infatti, l’attuale presidente ha simpatie per gli Stati Uniti e proprio in vista dell’opportunità di una vittoria nazionalista, il dipartimento di stato americano ha approvato la proposta di accordo commerciale con il governo taiwanese per la vendita di prodotti bellici, suscitando una forte reazione della Cina. Invece, l’elezione di Han e lo spostamento delle relazioni diplomatiche taiwanesi, raffredderebbe i rapporti con gli Stati Uniti.

Dalla Russia con disobbedienza

Molto simile anche se a parti invertite lo scenario a Mosca, dove il 14 e il 15 luglio due manifestazioni di protesta hanno coinvolto oltre 2.500 persone, con cortei non autorizzati dispersi con la forza dalla polizia, che ha anche arrestato una trentina di persone. 

La causa scatenante delle due mobilitazioni popolari è stata la decisione della commissione elettorale di Mosca di non ammettere Ilya Yashin alle elezioni amministrative per il municipio: attuale sindaco di Krasnoselsky, Yashin è uno dei leader del partito per la libertà del popolo (il PARNAS), in aperta opposizione al partito di governo Russia Unita e alla classe politica capeggiata dal Presidente Putin. La motivazione ufficiale dell’esclusione è che PARNAS avrebbe presentato firme non valide per la candidatura di Yashin, affermazione ovviamente smentita dalla controparte che invece assicura che possono essere state manipolate dagli organi comunali dove sono state depositate. 

Le proteste sono sia l’ennesimo episodio di mobilitazione civile contro chi è al potere in Russia sia la testimonianza della crescente insoddisfazione verso la classe dirigente e il suo leader Putin, con forti dichiarazioni del popolo a favore di Yashin e di Alexey Navalny – il blogger anti-corruzione spesso incarcerato per la sua disobbedienza civile – una delle vittime preferite dalla repressione statale russa.

Il peggioramento delle condizioni economiche del Paese ha dato più vigore alle richieste di maggiore tutela dei diritti e di una più forte lotta alla corruzione dilagante. La stagnazione russa è provocata da problemi endemici come il basso livello di innovazione e le strutture produttive poco efficienti. Alcune decisioni dello stato – come l’innalzamento dell’età pensionabile e il mancato adeguamento di stipendi, pensioni e sussidi all’inflazione – stanno innalzando rapidamente il livello di sfiducia nella classe dirigente della nazione, con un evidente calo del gradimento pubblico nei confronti di Putin, sceso al minimo storico del 30 per cento.

Il precario governo sudanese

Sebbene critica, la situazione russa è evidentemente ancora nel perimetro della democrazia: non si può dire lo stesso invece per quanto sta accadendo in Sudan. Il 17 luglio la coalizione Forze per la libertà e il cambiamento (FCC) e il consiglio militare di transizione (CMT) sono giunti a un accordo e hanno dato vita a un governo di transizione in carica per tre anni, composto da 5 civili scelti dalle FCC, 5 militari scelti dal CMT e un altro civile concordato da entrambe i partiti. I ministri dovrebbero essere tutti civili nominati da un premier scelto dalle FCC, tranne i responsabili di Difesa e Interni che saranno militari nominati dai membri del Consiglio Sovrano, presieduto da un generale militare per 21 mesi e da un civile per i successivi 18.

Il tentativo di trovare un accordo era iniziato più di quattro mesi fa, alla deposizione del presidente Omar al-Bashir, esautorato dalla rivoluzione che aveva colpito il Paese. L’intesa sembrerebbe andare verso il ripristino di movimenti e partiti civili, ma il fatto che due ministeri strategici restino in mano alle forze armate e alla sicurezza interna, non è di buon auspicio, anche perché sembra altamente probabile i ministri di Difesa e Interni rifiuteranno di abbandonare la carica al termine dei 21 mesi. Questa possibilità sta già fin da ora creando nuove fonti di ostilità, non solo nelle opposizioni. 

Inoltre, questo accordo sembra sia stato raggiunto in quanto entrambe le parti al potere stanno affrontando pressioni politiche molto forti. I militari sospettano attacchi da parte della comunità internazionale occidentale (Stati Uniti e Unione Europea in testa) dopo che sono diventate pubbliche le informazioni sul massacro – avvenuto il 3 giugno nella capitale Khartoum – di oltre 100 persone da parte di forze governative. Nel contempo, la parte non militare sembra abbia accettato il compromesso perché le forze militari sono apertamente appoggiate da Russia, Cina, Turchia e dalle monarchie arabe e la loro forza contrattuale avrebbe potuto crescere presto a livelli non conciliabili con l’accordo.

Infine, le tensioni che ancora esistono dopo la sanguinosa scissione del Sud Sudan minano in maniera evidente la stabilità del Paese, messa a dura prova anche dalle recenti uccisioni di un rappresentante delle Nazioni Unite e di alcuni civili. Questi fattori rendono la situazione del Sudan decisamente precaria con forti rischi di annullamento violento dell’accordo appena raggiunto.

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