Un anno vissuto mediaticamente

| Il governo, dopo le promesse fatte in campagna elettorale, non ha fatto nulla per realizzare davvero i cambiamenti annunciati nel contratto, attuati soltanto nel 12 per cento dei casi

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di Marco Belletti

Pagella Politica è un sito internet che verifica se alle dichiarazioni pronunciate dai politici seguono fatti concreti o se quanto promesso resta soltanto propaganda.

Tutti ricorderanno quando durante la campagna elettorale del 2018 Matteo Salvini promise l’abolizione delle accise sul carburante… Bene, non solo non sono state eliminate, ma la legge di bilancio prevede il loro aumento (da 350 a 400 milioni di euro) dal 2020. E questa non è la sola promessa disattesa.

The Vision – testata on line dedicata a temi politici e sociali internazionali – riprende i dati elaborati da Pagella Politica e offre una fotografia quanto mai precisa e allarmante di come chi guida la nostra nazione disattende completamente le promesse fatte in campagna elettorale.

Il contratto per il governo del cambiamento redatto da Movimento 5 Stelle e Lega contiene ben 317 promesse. Dalla loro analisi, emerge che finora il governo ha mantenuto la parola in 37 occasioni, vale a dire il 12% del totale, mentre su altri 129 punti ha iniziato a muoversi, con impercettibili provvedimenti e discussioni parlamentari. In ogni caso, gli impegni sono molto lontani dall’essere mantenuti.

Come se non bastasse, alcuni di questi scarsi risultati sono stati ottenuti ricorrendo a decreti legge, che mettono in evidenza la debolezza decisionale del governo. E pensare che il 10 ottobre 2017 Luigi Di Maio definiva “un colpo mortale alla democrazia e un’emergenza democratica” la scelta del partito Democratico di chiedere al parlamento la fiducia sulla legge elettorale. Openpolis è l’osservatorio civico della politica italiana che promuove progetti per una partecipazione democratica dei cittadini e il loro confronto con politici e decisori pubblici. Secondo gli esperti di questa società, alla fine del 2018 nel 31,58% dei casi il governo ha fatto ricorso alla fiducia. Sotto la conduzione di Gentiloni i casi erano stati il 32,99 per cento, il 27,78 per cento con Letta e il 26,72 per cento con Renzi.

Analizzando i decreti legge la musica non cambia. Nei primi sei mesi di governo gialloverde, il 63,2 per cento delle leggi approvate sono state leggi di conversione dei decreti, molto più di quanto accaduto durante i primi sei mesi dei governi Gentiloni (16 per cento), Renzi (30,4 per cento) e Letta (50 per cento).

Sembrerebbe che a guidare le scelte del governo gialloverde non sia tanto la necessità di un reale cambiamento ma solo l’impatto che possono avere sull’elettorato le azioni attuate ed è su queste basi che sembra si sia deciso come comportarsi, che cosa fare e quali impegni non mantenere. Le promesse non rispettate in un anno di mandato sarebbero 143, quasi la metà degli impegni presi. 

Per esempio, la tutela ambientale è stata completamente dimenticata: amianto, gestione dei rifiuti, fondi per le imprese impegnate nel riciclo, riduzione degli sprechi del suolo, la riqualificazione dell’Ilva di Taranto. Tutto risolto, grazie all’abolizione delle cannucce di plastica!

Stessa situazione per alcuni aspetti riguardanti economia e risparmio: nessuna banca italiana per gli investimenti, nessuna revisione del sistema di bail-in (annunciata in campagna elettorale come prioritaria), nessuna rinegoziazione degli accordi di Basilea, Monte dei Paschi nel dimenticatoio… In questo ambito il 70 per cento delle promesse non sono state mantenute. E i temi riguardanti l’unione europea sono stati disattesi in 8 casi su undici mentre le promesse non mantenute per l’università sono superiori all’80 per cento.

The Vision prosegue analizzando quanto ha invece “fatto” il governo gialloverde. Dal reddito di cittadinanza (che in realtà non lo è davvero), alla quota 100, dalla legge sulla legittima difesa – che in realtà ha cambiato pochissimo la precedente norma – alla battaglia sui porti chiusi che però non lo sono davvero. Tutte misure con un evidente impatto mediatico ma che solo in alcuni casi hanno parzialmente mantenuto le promesse del contratto, mentre in altri le hanno completamente disattese, andando anche nel senso opposto a quanto promesso.

Per quanto riguarda l’IVA, il contratto non ha portato nulla di innovativo e il tanto sbandierato blocco delle clausole di salvaguardia, causa dell’aumento di IVA e accise, non c’è stato. Pagella Politica spiega che le clausole di salvaguardia sono uno strumento utilizzato dai governi per rispettare il bilancio statale e gli impegni presi con l’Europa. Dall’ultimo governo Berlusconi in poi, ogni esecutivo ha annunciato agli investitori che l’IVA sarebbe aumentata automaticamente se entro l’anno successivo non si fossero trovate maggiori entrate.

Nella legge di bilancio le salvaguardie previste dai governi precedenti sono state confermate per il biennio successivo, introducendone di nuove. E così l’IVA ordinaria rischia di aumentare fino al 25,2 per cento nel 2020 e al 26,5 per cento nel 2021. Quella ridotta potrebbe passare dall’attuale 10 al 13 per cento nel 2020. A gennaio il ministero dell’Economia e delle Finanze ha stimato una crescita dello 0,4 per cento della pressione fiscale nel 2018 (passando dal 41,9 al 42,3 per cento) e sembra che aumenterà fino al 42,7 per cento tra il 2020 e il 2021.

Le riforme in ambito fiscale (veri cavalli di battaglia in fase di propaganda) non ci sono state ed è lo stesso governo ad annunciare che la pressione fiscale aumenterà. Pagella Politica afferma che l’anno di governo si sta concludendo con promesse confuse che permettono a chi le fa un ampio margine di manovra. Per esempio, promesse annunciate e subito ritirate come l’eco-tassa sulle automobili o l’espediente del rapporto deficit/PIL, passato un po’ spudoratamente dal 2,4 al 2,04 per cento.

Molte decisioni sono basate sulla necessità di non scontentare l’elettorato. Per esempio, la quasi totale assenza di provvedimenti riguardanti la banca degli investimenti e del risparmio rientra probabilmente nella scelta di evitare disposizioni impopolari.

Altre decisioni, che in realtà sono non decisioni, hanno un doppio fine. La Lega ha più volte messo in evidenza la necessità di cambiare la gestione dei flussi migratori, eppure non ha quasi mai presenziato alle discussioni sulla riforma, ostacolando il cambiamento e mantenendo l’attuale situazione per sfruttarla in campagna elettorale e fare così propaganda contro un’Europa che lascia l’Italia sola nel gestire l’immigrazione.

Infine, alcune misure considerate inutili a livello di immagine come quelle riguardanti la cultura o il turismo, sono state letteralmente cancellate da ogni tavolo. Temi come l’introduzione della web tax turistica contro la concorrenza sleale delle agenzie di viaggio straniere, la minor pressione fiscale per le imprese turistiche che assumono giovani, la riduzione della tassa di soggiorno…

In conclusione, dai dati diffusi da Pagella Politica ed elaborati da The Vision appare evidente che si è trattato di un anno di governo tutto sommato inconsistente, di un esecutivo che ha badato a mantenere un opportunistico equilibrio fatto di proclami e immediate smentite. Un anno in cui si è fatto ben poco e lo si è comunicato molto, troppo.

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