Il cervello è mio e lo gestisco io (o no?)

| La nostra mente distingue i pensieri nostri da quelli di altre persone, ma come fa a essere sicura che non siano di qualcun altro? Un esperimento ha messo in evidenza come copiamo i ragionamenti di chi ci sta vicino e li rendiamo nostri

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Di Marco Belletti
Uno studio pubblicato recentemente su “Nature Communications” si pone una domanda alla quale non sembra facile trovare una risposta: come fa il cervello a distinguere tra pensieri nati nella propria mente da quelli partoriti dai neuroni degli altri?

Fin da bambini sviluppiamo la capacità di osservare genitori o insegnanti imparando in fretta a camminare, parlare, leggere… fino a guidare e oltre. Non c’è un limite alla complessità di comportamenti che è possibile acquisire dal cosiddetto apprendimento osservativo. In realtà non ci limitiamo a emulare i comportamenti di chi ci circonda, in quanto copiamo anche le loro menti e diventando adulti impariamo ciò che gli altri pensano, sentono, vogliono e ci adattiamo di conseguenza. Il cervello umano è davvero abile nell’assorbire il contenuto di altre materie grigie. 

Questa capacità è estremamente importante e quando non funziona contribuisce a creare problemi di salute mentale: per esempio l’incapacità di entrare in empatia con gli interlocutori o al contrario essere ipersensibili ai pensieri degli altri tanto da avere un debole “senso di sé”.

Negli ultimi anni, i neuroscienziati hanno elaborato una teoria della lettura cerebrale detta della “simulazione”, mentre gli psicologi valutano la capacità di leggere nella mente di un’altra persona – uno degli adattamenti più sofisticati del cervello umano – con una tecnica chiamata “compito di falsa credenza”. Il test è piuttosto semplice: il “soggetto” osserva il “partner” nascondere un oggetto che gli piace in una scatola, quindi il partner esce dalla stanza e il soggetto vede il ricercatore che rimuove l’oggetto dalla scatola e lo nasconde da un’altra parte. Naturalmente, quando il partner torna nella stanza, è convinto che l’oggetto sia ancora nella scatola mentre il soggetto conosce la verità. In questo modo si suppone che il soggetto tenga a mente la falsa convinzione del partner oltre alla propria (vera) della realtà. Ma come si fa a essere certi che il soggetto stia davvero leggendo – in un certo senso – la mente del partner?

La teoria suggerisce che quando una persona si mette nei panni di un altro, il suo cervello cerca di copiare i ragionamenti dell’altra mente e i neuroscienziati affermano che esistono prove convincenti che il cervello simuli i ragionamenti di un partner, e in chi osserva un’altra persona ricevere una ricompensa, l’attività cerebrale è la stessa come se fosse lui a riceverla.

Fin qui tutto sembra facile, ma in realtà esiste un problema, e non da poco: se il nostro cervello copia i ragionamenti di un altro, come fa a distinguere la nostra mente dalla sua simulazione?

In un recente esperimento sono state reclutate 40 persone alle quali è stato chiesto di partecipare a una versione “probabilistica” del compito della falsa credenza, mentre i loro cervelli sono sottoposti a una risonanza magnetica funzionale (fMRI) che misura l’attività cerebrale in modo indiretto, tracciando i cambiamenti nel flusso sanguigno.

Nel test, più che avere la convinzione che l’oggetto si trovi o meno con certezza nella scatola, entrambi i partecipanti credono che ci sia una probabilità che l’oggetto sia in un posto o in un altro, senza saperlo con certezza, il che rende questo esperimento una sorta di scatola di Schrödinger. L’oggetto viene spostato continuamente e di conseguenza mutano le convinzioni del soggetto e del partner: il primo viene sfidato a cercare di tenere traccia non solo della posizione dell’oggetto, ma anche della convinzione del secondo.

Questo modo di organizzare il test ha permesso ai ricercatori di usare un modello matematico – grazie al quale descrivere quanto accade nella mente del soggetto nello stesso momento in cui partecipa all’esperimento – con cui valutare come i partecipanti cambiano le proprie convinzioni ogni volta che ricevono informazioni su dove si trova l’oggetto. Il modello riesce anche a descrivere come cambiano la loro simulazione della credenza del partner, ogni volta che il partner percepisce qualche nuova informazione.

Il modello calcola le “previsioni” e gli “errori di previsione”. In pratica, se un partecipante prevede che esiste il 90% di possibilità che l’oggetto sia nella scatola, quando si rende conto che non lo è rimane sorpreso. È quindi possibile affermare che è vittima di un “errore di predizione”, utilizzato dal cervello per migliorare la previsione al tentativo successivo.

In precedenza i ricercatori ritenevano che l’errore di predizione fosse un’unità di calcolo fondamentale nel cervello, in quanto ogni errore di predizione è collegato a un particolare modello di attività nel cervello stesso. Quindi, secondo questa teoria è possibile confrontare i modelli di attività cerebrale quando un soggetto sperimenta errori di predizione con i modelli di attività alternativi che accadono quando il soggetto pensa agli errori di predizione del partner.

Nell’esperimento più recente i risultati hanno invece dimostrato che il cervello utilizza modelli di attività distinti per gli errori di predizione e quelli “simulati”. Pertanto, l’attività cerebrale conterrebbe informazioni non solo su ciò che accade nel mondo ma anche su chi pensa, e questa combinazione porta a un senso soggettivo di sé.

Inoltre, grazie al test è anche stato scoperto che è possibile addestrare le persone a rendere distinti o sovrapposti i modelli di attività cerebrale, per sé e per gli altri. I ricercatori hanno manipolato il test in modo che soggetto e partner vedessero le stesse informazioni, raramente o frequentemente. Quando gli schemi sono più distinti, i soggetti identificano meglio i loro pensieri da quelli del partner. Al contrario, se gli schemi sono più sovrapposti, i soggetti diventano meno bravi a farlo. Grazie a ciò i neuroscienziati hanno potuto valutare come il confine tra il sé e l’altro nel cervello non è fisso e possiamo imparare a modificarlo. In questo modo è spiegabile l’esperienza familiare di due persone che passano molto tempo insieme e cominciano a sentirsi come un solo individuo, condividendo gli stessi pensieri. E a livello sociale spiega perché troviamo più facile entrare in empatia con chi ha condiviso esperienze simili alle nostre rispetto a chi non le ha avute.

E se arriveranno conferme che i confini del sé sono realmente così malleabili, sarebbe possibile sfruttare questa capacità per aiutare le persone ad affrontare i disturbi mentali con un’arma più efficace, oltre che potere combattere bigottismi, razzismi, pregiudizi e discriminazioni nei confronti di altri sé.

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