Il paradosso dell’ignoranza

| Perché gli ignoranti pensano sempre di aver ragione e come ha fatto la scienza a spiegarlo con l’effetto Dunning-Kruger. Tutto ha origine dalla storia di un rapinatore che si credette invisibile per un po’ di succo di limone sul volto

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Di Marco Belletti
Per verificare l’efficacia di quanto postulato dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger è sufficiente un esperimento molto semplice: basta chiedere a un campione significativo di persone se ritiene di essere un guidatore migliore o peggiore rispetto alla media. Ebbene, sembra che quasi il 93% degli intervistati risponderebbe senza dubbio alcuno di essere migliore rispetto alla media mentre il restante 7% non esprimerebbe un’opinione in quanto senza patente.

Anche a chi ha svolto studi classici e capisce poco di numeri, appare evidente che non è statisticamente possibile che tutto un campione preso in esame si consideri migliore rispetto alla media: credere di essere migliori rispetto agli altri è una distorsione cognitiva negli individui poco esperti, una sopravvalutazione delle proprie abilità. Si tratta di un fenomeno ben descritto dai due psicologi e infatti prende il nome di “effetto Dunning-Kruger”.

Spesso l’autovalutazione troppo positiva fa apparire estremamente presuntuosi. E normalmente chi dispone di un bagaglio culturale più completo appare molto più insicuro di chi non lo possiede. Dunning e Kruger partendo da queste considerazioni hanno ipotizzato che, in presenza di una certa competenza, le persone meno esperte tendono a sovrastimare il proprio livello di abilità, a non rendersi conto delle effettive capacità degli altri e della propria inadeguatezza.

Tutto è iniziato nel 1996, quando David Dunning – allora professore di psicologia sociale alla Cornell University – lesse una notizia curiosa sul World Almanac nella rubrica “Offbeat News Stories”.

L’articolo parlava di un certo McArthur Wheeler, un quarantacinquenne alto un metro e sessanta che fu riconosciuto senza difficoltà da numerosi testimoni come il responsabile di due rapine in pieno giorno a Pittsburgh. Dopo che fu arrestato e gli furono fatte vedere le immagini delle telecamere di sorveglianza che lo mostravano a volto scoperto e con la pistola in mano, McArthur Wheeler sbottò in un “Ma io ero ricoperto di succo!”, convinto che l’essersi ricoperto la faccia con succo di limone potesse garantirgli l’invisibilità.

Gli inquirenti ritennero che l’uomo fosse in buona fede (“Il succo di limone mi bruciava la faccia e gli occhi, facevo fatica a vedere”) e che avesse preparato accuratamente i colpi: McArthur Wheeler mostrò ai poliziotti una foto Polaroid – la prova che cercava per confermare il fatto che fosse davvero invisibile – che si era scattato per verificare che non fosse visibile, e infatti nell’immagine lui non c’era  probabilmente perché il succo negli occhi gli aveva impedito una corretta inquadratura…

Per scoprire come era nato l’astuto progetto di questo genio del male, è sufficiente tornare indietro di qualche giorno, quando McArthur Wheeler rimase impressionato da una magia che gli fece un amico: scrivendo con una matita intinta nel succo di limone il foglio rimase immacolato e solo scaldandolo iniziarono ad apparire le parole. Ed ecco che il colpo di genio si fece strada nel cervello e l’uomo rimase fulminato da un’intuizione: nessuno avrebbe potuto vedere il suo volto se cosparso di succo di limone e avrebbe così potuto rapinare tutte le banche che riteneva senza che nessuno potesse riconoscerlo e la polizia arrestarlo. Tanto che rimase veramente incredulo quando gli investigatori irruppero a casa sua.

La storia non racconta come è proseguita la triste vita di McArthur Wheeler, ma offre invece numerosi dettagli sul lavoro dello psicologo David Dunning, il quale finì per riflettere che se l’uomo era troppo stupido per essere un rapinatore, forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore… la sua stupidità gli nascondeva la sua stessa stupidità, fu la conclusione cui giunse lo psicologo e organizzò con un suo laureando, Justin Kruger, un progetto di ricerca che fu pubblicato nel 1999 e da allora è un classico degli studi sull’ignoranza di sé. Le conclusioni cui sono giunti vengono chiamate “effetto Dunning-Kruger”.

Quando le persone sono incompetenti nelle strategie che adottano per ottenere successo e soddisfazione, sono schiacciate da un doppio peso: non solo giungono a conclusioni errate e fanno scelte sciagurate, ma la loro stessa incompetenza impedisce loro di rendersene conto e hanno l’impressione di cavarsela egregiamente. Proprio come il buon McArthur Wheeler.

In pratica, per ogni competenza ci sono persone molto esperte, esperte, poco esperte e pochissimo esperte. Secondo l’effetto Dunning-Kruger i pochissimo esperti hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di cavarsela.

Queste conclusioni sono state raggiunte con una serie di prove e test su diversi temi, come per esempio senso dell’umorismo, abilità grammaticali e di logica. Prendendo in considerazione il 25% del campione che aveva ottenuto i risultati peggiori in ogni prova, i due psicologi osservarono che in media – su una scala da 1 a 100 – i soggetti si assegnavano come punteggio 62, nonostante la loro valutazione oggettiva non superasse i 12 punti. Questo perché in molti ambiti il dover valutare la correttezza della risposta di altri richiede la stessa competenza necessaria a scegliere la risposta esatta. In pratica, sembrerebbe che la tendenza a sopravvalutare se stessi sia inevitabile.

L’aspetto più incredibile della teoria di Dunning e Kruger è che se i peggiori si credono i migliori, e specularmente i più preparati tendono a sottovalutare le proprie competenze. Siccome ottengono agevolmente le risposte giuste, credono che anche gli altri siano in grado di giungere con altrettanta facilità alle stesse conclusioni e di conseguenza – quando devono auto-valutarsi – si giudicano nella media o addirittura sotto.

Ma questo aspetto non è farina del sacco di Dunning e Kruger perché già Platone nella sua “Apologia di Socrate” fece affermare al suo maestro: “…costui credeva di sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo di sapere”.

PS – Se vi siete immedesimati in chi crede di essere allineato alla media dell’umanità per intelligenza, potrebbe essere un inganno del vostro cervello: conscio di essere più ignorante della media, prova a auto-convincersi di essere più intelligente rispondendo di esserlo di meno come Socrate, ma in realtà è davvero più stupido.

Psicologia
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