La memoria cancellata

| Dei primi anni di vita raramente restano ricordi nitidi: per Freud è l’amnesia infantile, con la quale a causa di un trauma sessuale reprimiamo i ricordi. In ogni caso, lasciano un’impronta indelebile su come affronteremo la vita

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Di Marco Belletti
Nel 1910 Sigmund Freud conia un termine per definire la mancanza pressoché totale che ognuno di noi ha di ricordi nei primi anni di vita: amnesia infantile. È insolito che un adulto riesca a ricordare ciò che ha vissuto nei primi tre o quattro anni di vita e sono abbastanza pochi anche i ricordi che restano impressi nella memoria fino ai sette anni.

Dopo che il fondatore della psicoanalisi ha espresso il suo parere, sono stati evidentemente molti gli studiosi che hanno cercato in un secolo di comprendere se i ricordi esistono ancora, magari nascosti in qualche meandro dei nostri cervelli, oppure se sono stati completamente cancellati. E se fosse vera questa seconda affermazione, perché?

Freud a proposito dei ricordi infantili persi ha sostenuto che gli esseri umani li reprimono a causa di un trauma sessuale (se ne poteva dubitare?) mentre la maggior parte dei ricercatori fino agli anni Ottanta suppone che non conserviamo alcun ricordo della prima infanzia perché i nostri giovani cervelli ancora non sono in grado di creare ricordi: in pratica, i bambini vivono gli eventi ma non sono in grado di registrare il loro passaggio nel cervello. A cambiare questa certezza lo studio della psicologa Robyn Fivush, che con il suo team dell’università di Emory nel 1987 cancella questa teoria dimostrando che i bambini anche solo di due anni e mezzo sono in grado di descrivere fatti avvenuti sei mesi prima.

Se allora esistono, a domandarsi che cosa succede di questi ricordi è la scrittrice Kristin Ohlson che in un articolato servizio sulla rivista digitale Aeon prova ad analizzare nel dettaglio la situazione, partendo dall’assunto che molti esseri umani ritengono che le esperienze dei primi anni di vita non possono essere ricordate perché troppo lontane nel passato.

In realtà, dal confronto con le ultime ricerche scientifiche, questa affermazione non è corretta, in quanto il nostro cervello dimentica e perde per sempre quei ricordi (più o meno lontani, secondo l’età di ognuno di noi) quando siamo ancora bambini.

La psicologa Carole Peterson della Memorial University di Terranova ha condotto una serie di studi per scoprire a che età svaniscono questi ricordi e con il suo team ha riunito un gruppo di bambini di età compresa tra i 4 e i 13 anni, chiedendo loro di descrivere il ricordo più lontano. Dopo un confronto con i genitori per verificare che i ricordi fossero effettivamente veri, è emerso che anche il più piccolo dei bambini può ricordare eventi di quando aveva circa due anni. Anzi, se il ricordo è emotivamente molto forte, i bambini sono decisamente più disposti a ricordarlo due anni dopo.

Ma il test della dottoressa Peterson non finisce qui: due anni dopo i ragazzi sono stati nuovamente intervistati e più di un terzo di loro (quelli con oltre 10 anni) ha dimostrato di conservare i ricordi, mentre nei più piccoli non ne è rimasta traccia. La dimostrazione pratica dell’amnesia infantile all’opera.

Dall’indagine è emerso anche che non si ha nessuna possibilità di scegliere i ricordi che rimangono e non necessariamente i fatti più coinvolgenti dal punto di vista emotivo sono quelli che restano nella mente. A volte un dettaglio insignificante è tutto quello che resta di una giornata che – a sentire gli adulti che ne mantengono il ricordo – è stata entusiasmante…

Una risposta al perché esiste l’amnesia infantile ci arriva dallo studio del cervello. Per formare ricordi a lungo termine, devono essere messi insieme una serie di input (la materia prima della memoria) che provengono da vista, udito, olfatto, tatto e gusto. Le sensazioni delle nostre esperienze di vita vengono registrate dalla corteccia cerebrale, la sede della cognizione, e affinché diventino memoria, devono essere fissate nell’ippocampo, la struttura cerebrale che prende il nome per la (vaga) somiglianza con un cavalluccio marino. Situato sotto la corteccia cerebrale, l’ippocampo raggruppa in un unico ricordo i molteplici input dei nostri sensi e collega i dati appena arrivati con altri già presenti nel cervello. Siccome alcune parti dell’ippocampo terminano la loro fase di sviluppo nell’adolescenza, il cervello del bambino non sempre riesce a mettere insieme tutte le informazioni e a catalogarle.

“Conservare la memoria di un fatto – spiega la psicologa Patricia Bauer della Emory University – è una corsa per stabilizzare e consolidare il ricordo in una parte del nostro cervello in grado di conservarla prima che il ricordo stessa venga dimenticato dalle parti non in grado di conservarlo.

Altri aspetti che sicuramente influiscono sulla capacità di ricordare sono la padronanza del tempo e del vocabolario. I bambini molto piccoli hanno difficoltà a collocare in un preciso spazio e tempo gli eventi che vivono e altrettanto sovente non conoscono le parole per raccontarli.

Inoltre, i ricordi di uno stesso fatto possono essere distorti da quelli di altre persone o dalla rapida consequenzialità di due eventi. Fare aperitivo con un amico e poi cena con un altro possono provocare confusione (anche in età adulta) tra i ricordi maturati nelle due situazioni.

Il contesto cambia radicalmente con il crescere del bambino, che da ragazzo e fino ai 30 anni investe molte energie nel catalogare tutto quel che gli capita. La memoria di questo periodo è predominante e in quanto a nitidezza e sensazioni forti mette in ombra i ricordi successivi: altrimenti come potrebbero non essere migliori la musica, la moda, gli amori, i film di quando si è giovani?

In pratica, a parte casi sporadici, i primi tre o quattro anni di vita di una persona sono misteriosamente vuoti di ricordi, e come afferma Freud l’amnesia infantile “nasconde la nostra prima giovinezza e ci rende estranei a essa”. Se non riusciamo a ricordare che cosa ci è capitato – amore genitoriale, giochi o abusi e violenza – ha importanza che cosa è realmente successo?

La psicologa Bauer è convinta che pur non ricordando i primi eventi della nostra vita, essi lasciano un’impronta indelebile su come poi ci svilupperemo e affronteremo la vita, nonché sulle emozioni e sensazioni che proviamo. Il nostro cervello crea concetti elaborati su tutto quanto ci circonda anche se non abbiamo memoria delle esperienze che hanno creato quei concetti. Ci piace leggere o andare al cinema ma non ricordiamo quando i genitori ci hanno avviato alla lettura o portato in una sala per la prima volta.

E secondo lo psicologo Dan McAdams della Northwestern University, gli esseri umani non sono solamente una somma di ricordi personali o indotti da altri, ma sono la storia individuale che creano interpretando le esperienze vissute e quelle che ci si ricorda.

Psicologia
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