L’illusione del tempo che corre

| Pur sapendo bene che un minuto è un minuto, la percezione che abbiamo dello scorrere dei secondi che lo compongono può variare di molto. Stress, impegni, età possono condizionare le nostre sensazioni

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Di Marco Belletti
“Per quanto tempo è per sempre?” chiese Alice e il Bianconiglio rispose “A volte, solo un secondo”. Questo dialogo al limite dell’essenzialità rappresenta molto bene un dubbio che tutti noi abbiamo avuto almeno una volta nella vita: perché il tempo scorre sempre più in fretta man mano che invecchiamo?

Tutti sappiamo che la teoria della relatività di Einstein afferma che il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità e dal riferimento spaziale che si prende in considerazione. È più corretto quindi parlare di spaziotempo, perché gli aspetti cronologico e spaziale sono strettamente correlati. Inoltre, il tempo è modificato dai campi gravitazionali, capaci di deviare la luce e di rallentare il tempo. Quindi siamo preparati ad affrontare la sensazione che il tempo scorra a velocità differente anche se le regole che ci siamo posti in fatto di misurazione del tempo sono piuttosto ferree. Nonostante i nostri giorni siano divisi in 24 ore di uguale durata, a loro volta suddivise in 60 minuti identici, in 60 secondi e così via all’infinitamente breve, a volte sembra che il tempo corra velocissimo e più invecchiamo più abbiamo l’impressione che il tempo passi in fretta.

La complessità del concetto è oggetto di studi filosofici e scientifici fin dall’antichità. Per esempio, il presocratico Zenone da un lato affermava che spazio e tempo potevano essere ridotti all’infinito fino a far sì che Achille non potesse mai raggiungere la tartaruga pur correndo sempre, dall’altro elucubrava sul fatto che una freccia lanciata in realtà non è in movimento ma immobile. Infatti, in ogni istante occuperà solo uno spazio che è pari a quello della sua lunghezza e poiché il tempo in cui la freccia si muove è fatto di singoli istanti, essa sarà immobile in ognuno di essi. A livello fisico le argomentazioni di Zenone lasciano il… tempo che trovano, ma hanno fortemente influenzato la storia del pensiero matematico e filosofico.

Ma perché a volte il tempo non scorre mai e altre volte invece è velocissimo? Lo psicologo Michael Wallach è stato professore emerito di scienze psicologiche e cerebrali al Massachusetts Institute of Technology: i suoi studi hanno spaziato dalla psicologia sociale ai processi cognitivi, dalle implicazioni della psicologia per definire gli obiettivi della condotta umana a egoismo, etica e altruismo.

In uno dei suoi lavori risalente agli anni Sessanta, riscontrò che chiedendo di descrivere il passare del tempo con una metafora, la risposta che si otteneva dai giovani era sempre fatta con immagini statiche (per esempio un oceano immobile) mentre le persone mature sceglievano immagini in rapido movimento: come un treno in corsa. 

Più recentemente Marc Wittman e Sandra Lehnhoff, psicologi dell’università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera – la seconda più grande accademia della Germania – hanno ampliato l’esperimento coinvolgendo circa 500 persone di età compresa tra i 14 e i 94 anni, con un questionario per misurare la percezione dello scorrere del tempo.

A differenza di quanto affermato da Wallach, Wittman e Lehnhoff non rilevano particolari legami tra età e percezione del tempo: giovani e anziani ritengono che passi comunque molto velocemente, mentre la sensazione che varia con l’età è di percepire il tempo come pressante. Tra i 20 e i 59 anni, l’accumulo di impegni da studente prima e da lavoratore poi, fa avere la sensazione di non poter disporre di abbastanza tempo per fare tutto.

Al di là di queste sensazioni e asserzioni degli scienziati, in realtà alcune motivazioni sul perché percepiamo diversamente il tempo nelle diverse fasi della nostra vita sono abbastanza evidenti. Siccome misuriamo il tempo soprattutto in base agli eventi memorabili della nostra vita, con l’avanzare dell’età sono sempre meno le cosiddette “prime volte”, come per esempio il primo giorno di scuola, il primo bacio, la prima vacanza e così via. Le nuove esperienze sono sempre meno frequenti, non ci sono fatti da ricordare più di altri, i giorni, le settimane e i mesi si susseguono molto simili tra di loro e così passano senza lasciare il segno.

Inoltre, tendiamo a considerare il tempo in riferimento agli anni che abbiamo: la lunghezza di 12 mesi è differente se a conteggiarli è un bambino di 5 anni – per il quale sono un quinto della sua vita – o un adulto di 50, per il quale sono solo un cinquantesimo della propria esistenza.

Esistono poi altre ragioni che spiegano la sensazione del tempo che vola. Per esempio, l’idea che il nostro tempo biologico – quello che consideriamo di avere – con l’età scorre più lentamente e non è allineato con quello scandito dai secondi sul quadrante di un orologio e dai mesi del calendario: come dire, noi sempre gli stessi ma gli anni passano comunque.

Un altro motivo per cui ci sembra che il tempo voli sono gli impegni che abbiamo. Per i bambini l’unica preoccupazione è giocare e attendere le feste per ricevere nuovi regali: il tempo sembra molto più dilatato e non scorre mai. Da genitori, si corre per comprare i regali, ricavando momenti per farlo tra mille impegni e imprevisti, per cui il tempo sembrerà non bastare mai e quindi volare veloce.

Infine, lo stress è un altro motivo per cui ci sembra che le lancette siano molto più rapide di quanto dovrebbero. L’ansia di non poter fare qualcosa per mancanza di tempo farà sì che crescerà in noi la sensazione che il tempo vada ancora più in fretta.

A proposito di stress, gli unici esseri umani a non avere nel proprio vocabolario la parola tempo e non possedere una nozione astratta di tempo sono gli Amondawa dell’Amazzonia, nella cui cultura non esiste nulla di simile ai mesi o agli anni, non hanno orologi né calendari. Per le loro attività quotidiane di caccia, pesca e agricoltura ricorrono a un limitato numero di vocaboli e ad appena 4 numeri. La giornata è scandita dalla posizione del sole, non esistono parole per definire i mesi e gli anni e i periodi di tempo sono indicati dalla successione delle stagioni secche e piovose. Nessuno celebra i compleanni e il passaggio da un anno all’altro è indicato da un nuovo nome mentre all’età che avanza corrisponde un diverso status sociale all'interno della comunità. Dal 1986 – anno del primo contatto degli Amondawa con il cosiddetto mondo civile – per definire il tempo, così come lo concepiamo noi, utilizzano la parola kuara, cioè sole.

Come lo si spiega a queste persone che il concetto di durata di un minuto è decisamente differente a seconda che ci troviamo da un lato o dall’altro della porta di un gabinetto?

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