L’istinto omicida che arriva da lontano

| È vero che il primo nemico degli esseri umani sono i componenti della nostra stessa specie? La violenza dell’uomo risale al presunto primitivo cervello rettiliano o è soltanto il risultato dell’imitazione e della suggestione?

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Homo hominis lupus è un’espressione latina (la cui traduzione letterale è “l’uomo è un lupo per l’uomo”) che è stata utilizzata fin dall’antichità sotto forme diverse, ma tutte con un analogo significato: il primo nemico per il genere umano è lo stesso genere umano. Il precedente più antico risale al 180-170 avanti Cristo – a scriverlo sono due commediografi: Cecilio Stazio e Plauto – per arrivare fino al filosofo Francis Bacon nella seconda metà del sedicesimo secolo, e al teologo predicatore John Owen all’inizio del Seicento. Ma è un altro filosofo, Thomas Hobbes che a metà del diciassettesimo secolo elabora il concetto. Secondo Hobbes, la natura umana è fondamentalmente egoista e a determinare le azioni degli esseri umani sono gli istinti, di sopravvivenza e di sopraffazione. Inoltre, il filosofo è convinto che l’uomo non ha l’istinto di avvicinarsi ai propri simili con amore, se lo fa è solo perché è guidato dal timore reciproco che regola rapporti di amicizia e sociali.

In tempi più moderni Sigmund Freud afferma che gli esseri umani sono spinti dall’odio verso la distruzione e la morte; il neuroscienziato Paul MacLean sostiene che le tendenze violente degli esseri umani possono essere ricondotte al primitivo “cervello rettiliano”; lo psicologo sociale Albert Bandura mette in evidenza che l’aggressività non è innata, ma è il risultato dell’imitazione e della suggestione. 

Sulla base di queste teorie, è proprio vero che l’umanità ha istinti omicidi? Nell’immaginario collettivo i pensieri di questi filosofi e medici hanno assunto un accettato status di saggezza ma se pur fossero avallate da prove ed esperimenti non possono essere una certezza.

Negli anni Sessanta del secolo scorso di fianco alle teorie psicologiche e neuroscientifiche sull’aggressività umana ne appare un’altra che afferma che l’aggressività è un istinto umano. Questa “teoria dell’istinto” sostiene che la nostra prepotenza è l’eredità del nostro passato ancestrale e una tendenza intrinseca condivisa con molte altre specie animali. La novità introdotta da questa teoria è che l’aggressività non è esclusivamente distruttiva, ma ha un lato positivo. A parlarne sulla rivista on line “Psyche” è Nadine Weidman, insegnante di storia della scienza all’Università di Harvard. 

Secondo la docente sono numerosi i sostenitori di questa teoria, tra i quali alcuni scrittori che l’adottano nelle loro opere e nei loro meccanismi narrativi.

Nel 1961, lo sceneggiatore di Hollywood Robert Ardrey diventa scrittore scientifico pubblicando “African Genesis: A Personal Investigation Into the Animal Origins and Nature of Man”. Per scriverlo si reca in un’area del Sud Africa dove erano stati trovati resti umani preistorici. Qui Ardrey conosce Raymond Dart che ha da poco scoperto un teschio fossilizzato risalente a 2 milioni di anni fa (che Dart crede essere il più antico antenato umano) e lo chiama Australopithecus africanus. I resti sono circondati da ossi di animali, soprattutto zampe di antilopi, intagliati e trasformati in armi le cui estremità si adattano perfettamente ai fori in altri crani di australopiteco. In pratica questo nostro antenato proto-umano non è solo un cacciatore, ma anche un assassino.

Tuttavia, per Dart la creazione di armi non va vista solo come negativa, in quanto ha avuto un ruolo di notevole importanza per l’evoluzione umana. L’archeologo teorizza che gli arti anteriori, non più necessari per camminare, diventano braccia abili a manipolazioni che determinano lo sviluppo del cervello umano. In pratica, impugnare un’arma ha innescato l’evoluzione umana.

Questa teoria viene reinterpretata da Ardrey che immagina nell’antica savana africana la presenza di un australopithecus robustus (che potremmo chiamare Abele) cioè un cugino vegetariano e disarmato, vittima dell’australopithecus africanus (che invece potrebbe essere chiamato Caino): è ovvio che nel racconto di Ardrey il nostro spietato antenato stermina il rivale, con la morale che le armi hanno guidato Caino verso l’evoluzione e Abele all’estinzione. Come dire che siamo, letteralmente, tutti figli di Caino.

Sembra che Ardrey e Dart abbiamo ispirato a Stanley Kubrick la sequenza di apertura di “2001: odissea nello spazio” in cui un uomo-scimmia (vincitore, carnivoro e armato) distrugge i resti di nemici (perdenti, gentili e indifesi) sconfitti grazie a un’arma rudimentale fatta di ossa.

Più o meno negli stessi anni, l’ornitologo austriaco Konrad Lorenz – che a fine anni Cinquanta ha descritto al mondo il fenomeno dell’imprinting del suo libro “L’anello di re Salomone” – nota una curiosità nell’aggressività di animali di una stessa specie. A differenza dei contatti tra specie diverse, raramente i “litigi” tra simili terminano con delle vittime: per esempio due anatre maschio si minacciano in una sorta di rituale ma non si scontrano fisicamente e in seguito tornano da trionfatori dalle rispettive compagne. Lorenz osserva che non solo manca la violenza, ma con questi atteggiamenti si rafforza il legame sociale, con l’aggressione reindirizzata esclusivamente contro gli estranei, raggiungendo un più elevato livello di armonia nel gruppo.

Quindi se gestita correttamente e incanalata in modo produttivo l’aggressività – che per Lorenz è innata e non eliminabile dalla natura umana – ha conseguenze positive.

Le ipotesi di Ardrey e Lorenz incontrano nella seconda metà degli anni Sessanta un grande favore del pubblico, dando per certi versi un significato alle rivolte sociali e razziali, agli assassinii, alle guerre (in particolare quella del Vietnam), all’annientamento nucleare con un’eco così vasta che negli anni Ottanta l’Unesco ritiene necessario diffondere una dichiarazione ufficiale per affermare che non è la biologia a spingere l’uomo verso la violenza.

Ma come hanno fatto le idee sull’istinto omicida a raggiungere una tale diffusione culturale? Per Nadine Weidman il motivo è semplice: perché sono entrate a far parte della storia. Le idee di Lorenz e Ardrey si ispirano – come molte altre opere che hanno lasciato il segno – a un archetipo antico: l’imperfezione umana diventa la forza più grande, e senza di essa cesseremmo di essere umani.

I libri così diversi di uno sceneggiatore e di un etologo hanno dato vita a un genere di scienza popolare che ci fa credere in alcune teorie non perché siano vere, ma perché siamo convinti che lo siano.

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