Le cene per donne bianche razziste

| Spendono 2.500 dollari a testa per sentirsi dire che nella loro quotidianità si nasconde la diffidenza per chi ha la pelle di colore diverso. Si chiama “Race to Dinner” ed è l’idea di due amiche che sta attraversando l’America

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Denver, Colorado. Il profumo dell’arrosto con patate che cuoce nel forno arriva fino all’esterno di una bella abitazione con la ringhiera in legno bianca, il cesto da basket sulla porta del garage, l’erba all’inglese e lo zerbino che recita “Welcome”. All’interno foto di famiglie, quadri, vecchie immagini di caccia alla volpe: ovunque ci sono libri, e il caminetto è acceso. In sala da pranzo solo donne, ma non è una cena fra amiche o casalinghe disperate, è uno degli incontri della “Race to Dinner”, l’insolita idea di Regina Jackson, una donna di colore che nella vita di tutti i giorni è un agente immobiliare, e Saira Rao, avvocato che vanta origini “natives”, gli indiani d’America.

Partecipare costa parecchio, 2.500 dollari a persona, ma le cene di Race to Dinner continuano ad essere richieste ovunque. Solo lo scorso anno sono state 15, in altrettante città americane. La parte più curiosa di tutto questo è l’argomento di cui si discute fra arrosti, milk shake e ali di pollo fritte: il razzismo. Nessuna delle donne lo è, anzi, sono tutte colte, liberal, benestanti, votano Dem e quasi mai si conoscono fra loro. Spesso hanno mariti di colore o figli neri adottati, eppure anche loro – involontariamente – contribuiscono a perpetuare l’antica idea del razzismo, una delle peggiori piaghe d’America, mai sconfitta del tutto.

Nel corso della cena, dopo essere state invitate a pensare “all’ultimo comportamento razzista avuto, magari per sbaglio”, finiscono per ammetterlo: qualche pregiudizio c’è, malgrado tutto.

Alison Gubser, una delle invitate, il messaggio l’ha capito: “Di recente stavo guidando, ero in giro per commissioni: ho visto un uomo di colore fermo sul lato della strada. Non stava facendo nulla di male, ma d’istinto ho pensato che da lì a poco sarebbe successo qualcosa. Un attimo dopo mi sono detta ‘Alison, così non va’. Ci sono rimasta male con me stessa”.

Jess Campbell-Swanson ha organizzato una delle cene a casa sua: è una studentessa universitaria in attesa di iniziare un prestigioso stage, e  può andare avanti per giorni a parlare del suo lavoro di consulente politico, ma quando è ora di parlare di razzismo, si blocca: “Come le altre donne, so di essere parte del problema e voglio essere parte anche della soluzione. Voglio imparare ad assumere persone di colore, e sto lavorando al mio problema perché lo ammetto, è un problema”. 

“Se parlassimo di questo in una sala conferenza se ne andrebbero tutte – confida Saira Rao – ma alle donne bianche di buona famiglia hanno insegnato che non ci si alza mai da tavola”. Proprio per questo, i Race to Dinner sono riservati alle donne: “Gli uomini non ascoltano e non vogliono fare nulla, o lo avrebbero già fatto secoli fa. L’unico modo per convincerli è che siano le mogli a dirgli cosa fare”.

A parte la cifra da spendere, l’unico obbligo per la partecipazione è leggere in anticipo “White fragility”, un libro che vuole dimostrare una tesi tanto vera quanto complicata: tutti quelli che sono al mondo, hanno fatto, fanno o faranno, qualcosa di razzista, dando il proprio contributo al fenomeno.

L’idea di Race to Dinner è venuta a Saira Rao qualche anno fa, quando la morte della mamma l’ha costretta a lasciare New York per Denver, dov’era nata. Sentiva il bisogno di ritrovare vicinanza con le sue migliori amiche, un gruppo di donne per lo più bianche: non era nuova all’essere l’unica persona di colore, ma era rimasta sorpresa di notare come le persone di cui si fidava, diventate adulte, prendevano le distanze ogni volta che si parlava di razza. Poi, alimentata dalla rabbia per l’elezione di Trump, dopo aver fatto una campagna instancabile per Hillary Clinton, Saira Rao si è candidata al Congresso nel 2018: durante la campagna ha incontrato Regina Jackson.

L’inizio non è stato semplice: l’idea delle cene sembrava funzionare, ma loro due si presentavano troppe prevenute, nervose, e spesso la cena finiva prima del tempo, fra gente che aveva appena litigato. “Abbiamo capito che dovevamo cambiare tutto aspettandoci di più dalle invitate: dovevamo solo chiedere loro di parlare, e non di ascoltarci. Ora riusciamo a fare vedere il razzismo in ogni sua forma, anche nei gesti più piccoli e le parole più innocenti, e la vera vittoria è questa, perché non si può sconfiggere quel che non si vede”. 

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Le cene per donne bianche razziste - immagine 1
Razzismo
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