Il dualismo musulmano

| La rivalità tra sunniti e sciiti ha origini che risalgono alla morte del profeta Maometto. Da allora, pur senza sfociare in una vera guerra come è invece successo in Europa tra cattolici e protestanti, i due schieramenti sono contrapposti

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Di Marco Belletti
La profonda rivalità tra sunniti e sciiti ha segnato la storia del Medio Oriente e in particolare delle due nazioni che più di altre hanno fatto delle divisioni etniche e di setta un uso strumentale per gestire il potere nell’area: Iran e Arabia Saudita.

In epoca moderna, il dualismo tra Teheran e Riyadh si è palesato in tutta la sua conflittualità a partire dal 1979, quando in Iran nacque la repubblica islamica che per la prima volta nella storia permise agli sciiti di riconoscersi e identificarsi in uno stato. La creazione della teocrazia iraniana sciita in Medio Oriente colse del tutto impreparati i sunniti che all’epoca erano ancora alla ricerca di un nuovo elemento di unione addirittura dai tempi della caduta dell’impero ottomano. La potente e deleteria miscela tra religione e politica ha acuito le divisioni tra il governo sciita dell’Iran e gli altri stati mediorientali che hanno governi sunniti. 

La disputa tra sciiti e sunniti risale al 632 dopo Cristo, anno della morte del profeta Maometto, il fondatore dell’islam. Le tribù si divisero sulla scelta di chi avrebbe dovuto ereditare la carica di capo religioso e politico. La maggioranza appoggiò Abu Bakr, amico del profeta e padre di sua moglie Aisha: questi seguaci sono stati in seguito chiamati sunniti e oggi sono l’80 per cento dei musulmani. L’altra parte delle tribù pretendeva che il successore dovesse essere individuato tra i consanguinei di Maometto, anzi sostenevano che lo stesso profeta avesse indicato Ali, suo cugino e genero: da allora furono indicati come “shiaat Ali”, i partigiani di Ali, da cui deriva il termine sciiti.

La frattura definitiva si ebbe nel 680 quando a Kerbala (nell’attuale Iraq) il figlio di Ali, Hussein, fu ucciso dalle truppe del califfo sunnita al potere e da allora i governanti sunniti hanno sempre più monopolizzato il potere politico, mentre gli sciiti si affidavano alla guida dei loro imam: con il trascorrere del tempo le credenze religiose dei due gruppi cominciarono a differenziarsi.

Oggi i circa 1,6 miliardi di musulmani nel mondo concordano nell’affermare che Allah è l’unico dio e Maometto il suo profeta. Tutti osservano i cinque pilastri dell’islam – tra cui il ramadan, il mese di digiuno – e condividono il libro sacro del Corano. Ma le uguaglianze terminano qui e mentre i sunniti onorano gli atti del profeta e i suoi insegnamenti (la “sunna”, da cui il loro nome), per gli sciiti i leader religiosi – gli ayatollah – sono il riflesso di Dio sulla Terra.

E così i sunniti accusano gli sciiti di eresia, e questi ultimi mettono in evidenza che il dogmatismo sunnita ha dato vita a sette estremiste estremamente puritane. Inoltre, le sette sciite credono che il dodicesimo e ultimo imam è nascosto e un giorno riapparirà per compiere la volontà divina.

I due schieramenti non si sono mai realmente scontrati come è successo in Europa in passato con guerre tra le varie confessioni che hanno provocato milioni di morti: una su tutte, la guerra dei trent’anni tra il 1618 e il 1648. In realtà, la motivazione di questa sorta di non belligeranza è dovuta al fatto che gli sciiti sono molto meno numerosi e consapevoli di questa minoranza.

E per assurdo, la mezzaluna sciita (che dall’Iran attraversa la Siria e termina nel Libano) in passato era positivamente giudicata da molti esponenti sunniti ma le continue guerre in corso nella regione hanno alla fine provocato una frattura tra i governi sciiti e gli stati sunniti del golfo Persico, Arabia Saudita prima tra tutti, che sostengono i correligionari con denaro facendo sentire gli sciiti più minacciati che mai.

Secondo il Centro Studi Internazionali, il fondamentalismo khomeinista e la pretesa di Teheran di essere considerata il centro della rivoluzione islamica globale hanno dato vita a un fermento anche all’interno del mondo fondamentalista sunnita. La paura che gli sciiti possano autonominarsi difensori della purezza dell’Islam ha rafforzato o fatto nascere nuovi movimenti politici islamisti pronti a promuovere una gestione dello Stato più vicina ai valori e ai precetti dell’Islam. Inoltre, ha favorito la nascita e la diffusione di gruppi che hanno iniziato a fomentare il risentimento anti-sciita e hanno iniziato a contestare la legittimità delle classi dirigenti nei Paesi arabi.

Le fratture interne all’universo sunnita hanno messo in discussione il modello di governo della regione, basato su una concezione laica. In Arabia Saudita la monarchia ha sempre ricoperto il ruolo di protettore dei luoghi sacri dell’Islam (Medina e La Mecca) e per cercare di scongiurare che l’emersione di movimenti fondamentalisti sunniti possa diventare un fattore di criticità per il consenso interno, ha iniziato a presentarsi come principale promotore degli interessi della comunità sunnita. Per farlo ha utilizzato l’aspetto religioso come strumento di consolidamento della propria autorità. 

In pratica, la comunità sunnita sta serrando i ranghi intorno al governo e promuove un conservatorismo politico per garantire la stabilità della classe dirigente. E lo sfruttamento come strumento di potere e a fini politici della contrapposizione tra sunniti e sciiti, è diventato il filo conduttore della rivalità politica tra Iran e Arabia Saudita. Gli iraniani cercano di delegittimare i sovrani arabi da custodi dei luoghi santi. L’Arabia Saudita invece ha cercato di cavalcare il timore che l’ascesa della potenza sciita potrebbe minare la stabilità interna.

La rivalità religiosa tra i due Paesi – conclude il Centro Studi Internazionali – è quindi in realtà una contesa politica, economica e sociale e l’elemento settario diventa la lente attraverso la quale i due Paesi esplicitano la propria politica estera nella regione. Servizi scolastici e assistenziali come forma di proselitismo religioso, sostegno a movimenti politico-sociali da trasformare in “quinte colonne” in altre nazioni, finanziamenti a gruppi armati per destabilizzare la resistenza del rivale, sono alcuni esempi di come Iran e Arabia Saudita hanno impostato la loro strategia per consolidare il proprio predominio in Medio Oriente. Entrambi tuttavia sembrano avere l’intenzione di evitare che la rivalità si trasformi in un conflitto armato che getterebbe la regione in una spirale di caos da cui non emergerebbe un vero vincitore.

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