Forever young

| Ricerche mediche avanzate hanno portato alla scoperta nel nostro corpo di cellule zombie che non si riproducono e causano il nostro invecchiamento. Grazie ai nuovi farmaci senolitici sembra che il decadimento fisico possa essere rallentato

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di Marco Belletti

Fosse un lavoratore dipendente italiano, Marian Gold sarebbe piuttosto alterato: a maggio compirà 65 anni ma per la pensione dovrebbe ancora attendere qualche anno. Invece Gold è un cantante tedesco che tuttora saltella sui palcoscenici – interpretando brani synth-pop insieme con la sua band – con un’invidiabile vitalità. Vigore che non gli è mai mancato, visto che afferma di aver avuto tra il 1998 e il 2013 sette figli da quattro donne diverse.

All’apice del successo negli anni Ottanta, Gold riscosse una grande notorietà insieme con il suo gruppo Alphaville, principalmente grazie a una canzone dal titolo “Forever Young” che affermava: “voglio essere giovane per sempre, vuoi davvero vivere per sempre? Per sempre e per sempre…”

Per Jan Van Deursen il problema della pensione non esiste proprio. Olandese non ancora sessantenne, vive da quasi vent’anni negli Stati Uniti dove lavora alla “Mayo Clinic” di Rochester, in Minnesota. Nel 2000 fu molto colpito dal fatto che un esperimento da lui condotto su alcuni topi, invece di generare tumori come previsto, li aveva trasformati: il loro aspetto era diventato decrepito e a soli tre mesi di vita la loro pelliccia si era diradata e gli occhi appannati dalla cataratta. Van Deursen e il suo team si resero conto che i topi stavano invecchiando rapidamente in quanto i loro corpi erano stati attaccati da uno strano tipo di cellule che non si dividevano e non morivano. Come uccidere queste cellule “zombie” e ritardare il precoce invecchiamento dei topi? I ricercatori della Mayo Clinic nel 2011 scoprirono che eliminando le cellule che sarebbero diventate “zombie” il corpo invecchiava molto più lentamente e negli anni successivi numerosi esperimenti hanno confermato che le cellule “senescenti” si accumulano durante l’invecchiamento degli organi e che la loro eliminazione può alleviare, o addirittura prevenire, certe malattie. La ripulitura cellulare nei topi ha consentito di ripristinare forma fisica, densità della pelliccia e funzione renale, ha anche ridotto malattie polmonari e riparato la cartilagine danneggiata. E non solo: uno studio del 2016 ha messo in evidenza che senza cellule zombie la durata della vita dei topi avrebbe potuto essere prolungata.

Per sterminare queste cellule sono nati i “senolitici”, una nuova categoria di farmaci che dovrebbero servire a contrastare e a far regredire il processo d’invecchiamento su basi finalmente scientifiche e non con semplici consigli del genere “più attività fisica” o “una mela al giorno”.

Attualmente ciascun senolitico riesce ad attaccare solamente un tipo di cellula senescente e quindi sono necessari numerosi tipi di farmaco per affrontare le diverse malattie legate all’invecchiamento.  Un problema in più da affrontare, in quanto ogni cellula potrebbe avere un modo diverso di proteggersi, quindi è necessario sperimentare diverse combinazioni farmaceutiche per eliminarle tutte. Il meccanismo attuato dalle cellule zombie sembra essere presente in molte malattie della vecchiaia, dall’Alzheimer al Parkinson, dalle artriti alle difficoltà cardiache e respiratorie.

Ma il vero problema che devono affrontare i ricercatori medici non è questo. Come spiega James Kirkland, responsabile delle ricerche sull’invecchiamento alla Mayo Clinic, la gente non vuole vivere fino a 130 anni sentendosi vecchio e non potendo più comportarsi come ha sempre fatto. Invece, vorrebbe vivere fino a 100 anni bloccando l’invecchiamento intorno ai 60. Certo, non è come essere Dorian Gray che lasciava invecchiare il ritratto al posto suo, ma è pur sempre qualcosa.

Sembrerebbe che in laboratorio con i topi il risultato di rallentare l’invecchiamento sia già stato raggiunto e quindi la possibilità di restare per sempre giovani cantata dagli Alphaville è più vicina di un tempo.

Tuttavia, come al solito, mentre la medicina e la ricerca corrono veloci verso il futuro, lo stesso ritmo non viene tenuto da chi deve emanare nuove leggi e gestire il cambiamento. In Italia, nel 1960 l’aspettativa di vita media (uomini e donne insieme) era di 69 anni mentre oggi è vicina agli 83. Questa maggior durata della vita ha avuto pesanti ripercussioni sociali: una volta non tutti riuscivano a conoscere i propri nonni, oggi – nonostante le nascite avvengano a età sempre più avanzata – sono molto meno quelli che non hanno la possibilità di incontrarli. Inoltre, mentre 50 anni fa un sessantenne aveva di fatto già un piede nella fossa, oggi gli ottantenni si vedono rinnovare abbastanza facilmente la patente e conducono una vita autonoma senza eccessivi problemi.

È invece il sistema pensionistico, che ha fatto ben pochi passi in avanti, arrivando al collasso. Se già oggi il rapido prolungamento della vita sta creando problemi gravi all’ingresso nel mondo del lavoro delle nuove generazioni, è facile immaginare quanti ne creerà – nel breve volgere di pochi anni – una folta schiera di novantenni arzilli come gente di 60 che non ne vorrà sapere di smettere di lavorare, di gestire il potere e occupare posizioni di prestigio.

Senza neppure dover andare troppo indietro nel tempo, le soluzioni a questo genere di problemi c’erano: da un lato le epidemie che sterminavano la popolazione e permettevano così un rapido ritorno alla crescita una volta terminato il contagio. Dall’altro la litigiosità dell’homo sapiens sempre pronto a dichiarare guerra ai propri simili consentendo così al genere umano di ripartire con più opportunità per i sopravvissuti.

Ma forse non arriveremo a tanto, basterà non rendersi conto che dobbiamo difenderci dai cambiamenti climatici in atto sul nostro pianeta e che ci stermineranno per dire addio a ogni aspettativa di vita. A quel punto canteremo tutti insieme “Who wants to live forever?” dei Queen.

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