I super batteri hanno raggiunto lo spazio

| Cambiamenti climatici e capacità di adattamento rendono alcune famiglie di microrganismi resistenti alle cure. Il pericolo non è solo più per persone deboli o anziane: dei batteri sono arrivati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

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di Marco Belletti

È ora confermata da dati e analisi l’ipotesi avanzata da tempo dalla comunità scientifica che i cambiamenti climatici (oltre a eventi meteorologici estremi, come inondazioni e ondate di calore) possano svolgere un ruolo importante nello sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici.

Già nel 2018 uno studio pubblicato sulla rivista Nature aveva dimostrato che le temperature in aumento in alcune aree degli Stati Uniti erano legate a una maggior resistenza agli antibiotici. Questo incremento della resistenza è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una delle “principali minacce alla salute globale”.

Ora un nuovo studio che conferma questa teoria è stato presentato dai ricercatori dell’Università Medical Center di Göttingen durante il ventinovesimo congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive che si è tenuto ad Amsterdam.

Sulla base dei dati raccolti in 30 nazioni, gli scienziati hanno cercato di verificare se anche in Europa potessero essere presenti tendenze simili a quelle rilevate negli Stati Uniti l’anno precedente. Per farlo, hanno tenuto sotto controllo i dati provenienti dalla Rete Europea di Sorveglianza della Resistenza Antimicrobica.

Lo studio ha messo in evidenza legami statisticamente significativi tra la variazione della temperatura media della stagione calda e la diffusione di alcuni batteri resistenti a diversi tipi di antibatterici. La conclusione cui sono giunti i ricercatori è che – pur non essendo stata scoperta la causa – i fattori climatici contribuiscono significativamente alla previsione della resistenza antimicrobica in diversi tipi di sistemi sanitari e di società. Inoltre, i cambiamenti climatici potrebbero aumentare la trasmissione della resistenza ai carbapenemi, una classe di antibiotici ad ampio spettro d’azione attivi nei confronti di molti batteri, aerobi ed anaerobi.

Durante lo stesso convegno di Amsterdam, un altro team di ricercatori ha annunciato la scoperta che nei Paesi tropicali i batteri preferiscono gli hotel a campeggi, ostelli o pensioni. Il rischio di contrarre infezioni da batteri resistenti agli antibiotici dormendo in un albergo o in una abitazione privata è quattro volte più alta. L’indagine è stata condotta su 230 turisti tedeschi prima e dopo un loro viaggio in alcune nazioni dei Tropici.

Si tratta della prima volta che una ricerca segnala come pernottare in un hotel possa essere rischioso a causa della colonizzazione di una famiglia di batteri, gli Enterobacteriaceae, resistenti a diversi tipi di antibiotico.

Lynn Meurs è la ricercatrice del Robert Koch-Institute di Berlino che ha guidato lo studio e afferma che il team non si aspettava che gli hotel potessero essere un fattore di rischio per l’infezione da batteri. L’indagine ha riscontrato qualche pericolo per la salute soprattutto in persone che sono state ricoverate in ospedale, colpiti da polmoniti, sepsi e infezioni nel tratto urinario, le cui cure sono più difficile rispetto agli attacchi dei batteri sensibili agli antibiotici standard.

Pur avendo un campione ridotto – la ricerca andrebbe confermata con un numero di partecipanti più ampio – lo studio scredita la convinzione che gli enterobacteriaceae si trovino solo negli ospedali e nelle case di residenza per anziani, ma mette in evidenza che a essere più colpiti sono i giovani.

Per Meurs circa il 20 per cento dei turisti che visitano Paesi a basso e medio reddito in regioni tropicali e semi-tropicali tornano a casa positivi a questi batteri. La ricercatrice tedesca conclude affermando che anche la globalizzazione, con viaggi internazionali e intercontinentali più diffusi e frequenti, probabilmente contribuisce a una diffusione molto più rapida delle infezioni da batteri.

La conferma a queste affermazioni arriva da un luogo davvero inaspettato, la Stazione Spaziale Internazionale (SSI) all’esterno della quale sono stati ritrovati batteri durante un’attività extra veicolare all’esterno del segmento russo della SSI. Erano a bordo di un modulo russo lanciato nel 1998: raccolti e inviati immediatamente a Terra per approfondite analisi di laboratorio, dapprima è sembrato che in precedenza non fossero presenti e quindi si è pensato a una forma di vita aliena.

La realtà è invece molto più plausibile: i batteri potrebbero essere arrivati fin lassù trasportati dalle correnti ascensionali che trascinano materia fino alla ionosfera. Oppure, potrebbero essere saliti a bordo di alcuni componenti in fase di lancio (per esempio in oggetti portati dagli astronauti) e aver quindi contaminato l’esterno della stazione spaziale anche a causa dei frequenti cambi di passeggeri al suo interno.

L’aspetto decisamente più interessante e che incute un po’ di timore, è l’incredibile capacità di sopravvivenza di questi batteri, a oltre 400 chilometri dalla Terra e con temperature che variano dai 121° C quando si trovano sul lato illuminato dal Sole ai meno 157° C quando sono in ombra. Senza dimenticare le alterate condizioni di gravità e la forte presenza di radiazioni.

La presenza di questi batteri ha confermato precedenti ricerche sulla famiglia degli escherichia coli che avevano messo in evidenza come, fatto piuttosto sorprendente, le colture cresciute nello spazio fossero ancora più resistenti agli antibiotici rispetto a quelle sviluppate sulla Terra.

Una cosa è chiara: non ci libereremo tanto facilmente da questi batteri.

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