La Cina ha imparato la lezione della SARS?

| 17 anni fa, la diffusione del virus fu tenuta nascosta per troppo tempo, favorendo la temibile pandemia. Oggi molte sono cose sono diverse, ma qualche dubbio resta

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Nel 2003, la SARS aveva scatenato il panico: la sindrome respiratoria grave apparsa per la prima volta nella Cina meridionale, si era rapidamente diffusa oltre confine. Altri tempi: non c’erano treni ad alta velocità e la provincia meridionale del Guangdong, dov’è scoppiata la nuova epidemia, si sentiva lontana e al sicuro. Qualcuno indossava le mascherine, ma la maggioranza no.

Quasi due decenni dopo, secondo gli esperti l’Asia è sull’orlo di un’altra pandemia. Per molti è stranamente simile alla SARS, che fra il 2002 e l’anno successivo ha contagiato oltre 8.000 persone uccidendone 774. Anche la SARS è anche un tipo di coronavirus che causa sintomi simili all’influenza e muta mentre si diffonde da una persona all’altra. E per di più, tutto sta accadendo nel peggior periodo dell’anno possibile, quello del Capodanno lunare, la festività più importante del calendario cinese, con tre miliardi di persone in viaggio.

“Spero che il governo abbia imparato una lezione da quello che è successo 17 anni fa - commentano gli abitanti di Wuhan - sembra che stiano prendendo la questione sul serio, ma resta il dubbio che sia troppo tardi”.

A sei settimane dall’inizio dell'epidemia, ci sono molti segnali che mostrano una gestione dell’epidemia molto diversa rispetto a 17 anni fa, ma c’è ancora molta preoccupazione sulla trasparenza di Pechino sui numeri reali del virus.

Durante i primi mesi della SARS, la Cina ha tenuto nascosta al mondo la malattia: l’epidemia è stata segnalata pubblicamente per la prima volta nel febbraio 2003, quando il Paese tentava di fronteggiarla già da mesi. Nell’aprile 2003, un importante medico di Pechino ha accusato il governo di insabbiamento e poche settimane dopo, il governo ha rimosso il ministro della Salute e il sindaco di Pechino per aver gestito male l’epidemia. Fu solo in aprile - circa cinque mesi dopo l’inizio - che gli scienziati americani e canadesi annunciarono di aver sequenziato il genoma che si pensava fosse la causa del virus della SARS.

La poca trasparenza, unita alla mancanza di conoscenza di cosa fosse il virus, hanno contribuito all’impatto mortale. “L’epidemia è stata molto difficile da controllare: all’epoca non avevamo idea di cosa avesse causato la pandemia - ha commentato Ivan Hung, specialista in malattie infettive dell’Università di Hong Kong - non siamo stati in grado di fare una diagnosi precoce e di conseguenza di procedere all’isolamento”.

La SARS ha anche mostrato quanto la Cina e altri Paesi fossero poco preparati a rispondere alle pandemie: l’ex direttore della sanità di Hong Kong, Lee Shiu-hung, ha sottolineato una serie di problemi che la città ha dovuto affrontare, tra cui la mancanza di indumenti protettivi per il personale medico, le autorità ospedaliere mal preparate e le carenze di base del sistema sanitario, come il sovraffollamento dei reparti. Per dirla con le parole di Hung, l’ultima volta le autorità sanitarie pubbliche stavano “giocando a rimpiattino”.

Nelle sei settimane trascorse dal rilevamento del primo caso di coronavirus, appare chiaro che la Cina di oggi non è la stessa del 2003: il Paese ha tempestivamente informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità del nuovo virus il 31 dicembre 2019, meno di tre settimane dopo il rilevamento del primo caso, e il virus è stato identificato il 7 gennaio. La rapida identificazione ha permesso ad altri Paesi di individuare precocemente i farmaci che dovrebbero aiutare a contenere l’epidemia.

Gli esperti hanno anche elogiato la Cina per la trasparenza: in molti sono stati anche colpiti dalla decisione senza precedenti di fermare i trasporti da e per Wuhan durante la più grande festa del Paese. “La SARS è stata un enorme imbarazzo per la Cina, e questo ha portato a molta apertura e trasparenza intorno alla nuova epidemia”.

Ci sono anche altri dettagli che dovrebbero rendere il nuovo virus più facile da contenere rispetto alla SARS di 17 anni fa: la Cina e gli altri Paesi asiatici hanno aumentato la loro capacità di rispondere alle pandemie e anche i residenti sono più consapevoli su come proteggersi dalla diffusione. Ma mentre la Cina è stata indubbiamente più comunicativa riguardo al coronavirus “Wuhan”, c’è ancora una persistente diffidenza, l’ha confermato in una conferenza stampa qualche giorno fa un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano: “La preoccupazione della comunità internazionale è un riflesso di ciò che abbiamo visto in passato. La riluttanza a rispondere in modo rapido e preciso non offre alla comunità globale una sensazione di sicurezza”.

C’è un problema di fondo per affrontare i rischi di pandemie una volta per tutte: i mercati di animali vivi. Il coronavirus che ha causato la SARS è stato ricondotto al gatto zibetto, un animale selvatico considerato una prelibatezza in alcune zone della Cina meridionale. Dopo l’epidemia del 2003, la Cina ne ha vietato l’abbattimento e il consumo. Questa volta si ritiene che il coronavirus di Wuhan sia iniziato nel mercato all’ingrosso di frutti di mare, dove erano in vendita diversi animali selvatici tra cui cani, procioni e serpenti. Gli esperti ritengono che il virus sia stato trasportato da animali - forse rettili - e poi diffuso agli esseri umani.

Anche se la Cina vieta il traffico di alcuni animali selvatici, il Paese è ancora ampiamente considerato il più grande mercato al mondo per i prodotti illegali di fauna selvatica. “La vendita di animali selvatici mette a rischio il mondo intero e non credo ci si possa permettere di andare avanti così. Dovremmo trattare le pandemie come il fumo o le malattie cardiache: spendiamo miliardi di dollari per controllare un’epidemia quando esplode, ma dovremmo anche iniziare a evitare che si diffondano”.

Per ora, almeno, il virus non sembra mortale quanto la SARS: le stime parlano di un tasso di mortalità del 3,5%, mentre l’OMS stima che per la SARS fosse compreso tra il 14% e il 15%. “Se si trasformerà o meno in una nuova SARS dipende da come la malattia si evolve e da come le autorità sanitarie riusciranno a contenerla: in questo momento siamo all’apice di quella che potrebbe essere una replica della pandemia di SARS”.

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